JoJo’s Bizarre Adventure: Diamond Is Unbreakable Chapter I

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,00/5: 1 voti]

Il live action de Le Bizzarre Avventure di JoJo targato Miike è un film mirabolante.

Perché ha talmente tanti difetti che potrebbero adombrare qualunque film ma Miike ha il tocco dei grandi e si tira fuori dai guai come pochissimi sanno fare. Eppure il budget dovrebbe essere anche dignitoso a fronte delle firme coinvolte, ma quella Spagna in cui è ambientato, giapponesizzata alla meglio con qualche cartello posticcio, tante leggerezze da film indipendente tra personaggi che bevono sui tavoli di bar chiusi e eterne scene girate all’alba su una città ancora dormiente affollata di comparse spaesate sono sconfortanti.

Ci aggiungiamo un inizio confuso (e diverso dal manga) e un finale diluito poco incisivo. E uno scarto inaspettato e fuori controllo tra la versione cartacea e quella filmica; nella prima, la china di Hirohiko Araki caratterizzava i personaggi tutti allo stesso modo e con uno stile coerente che andava a scolpire e deformare con continuità autoriale ogni figura. Nel film la totalità dell’umanità è composta da comparse “normali” tra le quali si muovono pochissimi personaggi, i protagonisti, caratterizzati dal classico look del vestiario e dalle acconciature bizzarre come fossero, e in realtà sono, creature uniche e speciali. Il risultato finale non è dei migliori e questa cesura tra due universi è poco fortunata e va a privare del mistero l’aura che circonda ogni personaggio, palesandolo per quello che è.

Detta così potrebbe sembrare un fallimento totale.
E invece no.

Perché quando si fanno da parte le persone, i drammi, l’umanità, le chiacchiere e le storie, quando il film si chiude in due stanze e si lascia andare agli scontri tra gli stand, occupando l’80% del film, ovvero tutta la parte centrale, è qui che Miike si disvela per quello che è.
Il regista riporta la macchina cinema al grado zero, lo resetta, lo rifonda, crea un monumento all’immagine in movimento tra Méliès e le avanguardie storiche. Pura narrazione cinetica di corpi in movimento, di fuori campo, di accelerazioni, di mistero, di disvelazioni, di furore compositivo. E poi il ritmo. Il ritmo, quel battito cardiaco che il più delle volte Miike spegne e dilata senza oscillazioni, qui si impenna su livelli articolati che raramente il regista ha raggiunto varcando picchi inediti nel suo cinema e raramente toccati negli ultimi anni di carriera.
E non si tratta di “spegnere il cervello” per non vedere le brutture godendo di un divertimento popolare e inoffensivo ma di tenerlo bene accesso per accogliere al meglio quel vortice compulsivo di futurismo pop di carne e pixel in collisione, di quei colori luminescenti che schizzano impazziti nelle ombre dei décors di un vecchio maniero diroccato o di un piccolo appartamento moderno.
Certo, un film incompleto e che dell’arco narrativo in questione ricopre solo l’inizio, anche scombussolato, ma che nelle sue sezioni centrali offre il miglior Miike da parecchi anni a questa parte.

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