Josee, the Tiger and the Fish

Voto dell'autore: 5/5
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josee-Genealogia della lacrima difficile-
Sovente, durante la dissertazione di melodrammi, dai lacrima movie agli estenuanti flagelli mainlander quintogenerazionali, si tende ad evocare la “lacrima facile”, ossia la tendenza all’utilizzo di tutti i metodi leciti e illeciti, morali e immorali per far funzionare l’opera, ossia procurare commozione nello spettatore. Josee, the Tiger and the Fish va in totale controtendenza e se per caso evoca una lacrima, questa sarà tutt’altro che facile, piuttosto ben difficile. D’altronde capita raramente di trovarsi di fronte ad un melodramma così intenso, ma al contempo anticonvenzionale e politicamente così scorretto. Soprattutto quando si mette in scena una travagliata storia d’amore tra ricchezza e povertà, aggravata dalla penalità motoria il rischio è sempre quello di cadere nella pedanteria e nella retorica. Oltre a non rischiare mai questa caduta, il film riesce a non seguire sentieri prevedibili o svolte emotive facili. Non ci troviamo bene o male in un confronto tra “reietti” come in Oasis (qui vi è anche una evidente differenza sociale) né vi sono possibilità di riscatto (presenti in Oasis negli accessi lirici delle visioni idilliache della ragazza). In questo film non c’è via d’uscita, e l’ultra realismo morale emerge con un’inedita prepotenza da lasciare sbalorditi.

Due meravigliose figure vengono intagliate nel tofu nel corso di due ore, con una capacità di tocco e una sapienza rispettosa sorprendente; Josee, personaggio di un libro, è il nome con cui si ribattezza Kumiko (Ikewaki Chizuru), ragazza paralizzata dalla vita in giù che vive con sua nonna in una baracca di periferia. L’inizio del film, complice anche un cameo del regista Sabu, è all’insegna del (new) horror e si snoda tra le leggende metropolitane che gravitano intorno alla figura della vecchia che si muove circospetta per la città trascinando una carrozzina abominevole e fuori misura di cui tutti ignorano il contenuto. E il contenuto è proprio Josee, trascinata per le strade in incognita per vedere quello che per tutti è routine e per lei è continua meraviglia, il mondo. Ogni frutto del sapere della ragazza, anche le informazioni più bizzarre proviene dai libri che la nonna va a recuperare nella spazzatura. Casualmente, ancora più graficamente che in Kiss Me Lycia, Josee “si incontra e si scontra” con Tsuneo (Tsumabuki Satoshi), giovane bene, di attitudine playboy, con lavoro in una lussuosa sala da Kung Fu Mahjong.');" onmouseout="tooltip.hide();">mahjong. Complice la pietas, e poi una curiosa attrazione, tra i due inizierà un idillio. Definirlo però classico è a dir poco irrispettoso della qualità del film. Tutta la visione inedita della storia (ma al contempo a-filmica, quindi realista) scaturisce dalla figura di Josee. Non è bella, né simpatica, perennemente in conflitto con il mondo, ruvida nei modi (ogni volta che deve scendere da uno sgabello si lancia a terra a peso morto), consapevole delle proprie capacità culinarie, curiosa del mondo, consapevole e dolce. Detto questo a lasciare atterriti sono le sferzate ciniche che il regista lancia contro la paralisi motoria della ragazza. Quando la fidanzata di Tsuneo decide di affrontarla le dice “invidio questa tua arma (intendendo la paralisi), con questo tutto è più facile”. Josee risponde “allora tagliati via le gambe e provala”. E le due si schiaffeggiano. Costretti a rivelare il finale, è sorprendente e del tutto anticonvenzionale la risoluzione che chiude il film. Una volta raggiunta la prova massima d’amore, regalatela da Josee come realizzazione del desiderio più “osceno” di lui, il bel playboy non ha le palle per sostenere la relazione e fugge dalla sua ex, mentre Josee rimane sola, persa nella sua routine e nella malinconia claustrofobica della propria casa, adottando alla fine una sedia a rotelle elettrica e mantenendo come unici amici due bambine e un goffo maniaco sessuale.

Toccante, quasi una versione dell’Amélie Poulain in versione handicappata, un film che in un certo senso fa coppia (dimostrando quindi di non essere un caso unico) con il bel campione di incassi Crying Out Love, in the Centre of the World, dove anche lì viene trattato con potente consapevolezza il tema della malata terminale (la protagonista, al contrario del buonismo patetico dei vari Patch Adams, si giostra in giochi e scherzi per sollevare il morale di coloro che la vanno a trovare). Un tenero e fondamentale melodramma che come tanti film interessanti dell’estremo oriente non ci hanno mai permesso di vedere in Italia, esclusa l’illuminante proiezione ad un’edizione del Far East Film Festival di Udine.

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