Journey to the West: Conquering the Demons

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Journey to the westI primi segnali fondati dell’avvicinamento di Stephen Chow ad un adattamento del classico Lo Scimmiotto/Viaggio in Occidente emergono intorno al 2006/2007. Circa sei anni prima dell’uscita del film, prevedibile incasso monumentale che ha rimesso in piedi le casse degli Huayi Brothers in crisi dopo il parziale flop dell’ultimo colossal di Feng Xiaogang, Back to 1942.
A colpire di più lo spettatore sono proprio i criteri dell’adattamento; dopo tutto quello che era stato prodotto in passato, dopo le decine di adattamenti tra film, serie tv, opere di animazione, manga, forse  la curiosità maggiore era proprio lo scoprire come il re della commedia di Hong Kong avesse deciso di trasporre un classico che potenzialmente poteva ormai avere ben poco da dire. Lo fa senza deludere con un’opera rivoluzionaria, radicale, addirittura drastica, ben più estrema di quella prodotta in passato da Jeff Lau e in cui Chow recitava nel ruolo dello Scimmiotto (parliamo del dittico di A Chinese Odyssey, dal quale Chow prende in prestito la parziale noiosità del monaco e relativo numero  musicale che produce le ire di un irrequieto Sabbioso). Già allora il lavoro era stato sulla demitizzazione degli eroi, gettati in un parco surreale di casi umani, bagnati di surrealismo d’autore. L’azione di Chow è però diversa seppur radicata nella tradizione. Non è quindi la sequenza marziale, quasi assente per la delusione dei fans di Kung Fu Hustle (da cui però arriva una buona rappresentanza delle musiche utilizzate), né l’abbondanza di effetti digitali giostrati di nuovo con un compiaciuto piglio antinaturalista. Chow, parte dal classico, ne inverte dei blocchi, ne muta parte della cronologia caratteriale dei protagonisti ed estremizza fino al parossismo quella che era la componente furiosa delle pagine cartacee annegandola nel fiume collaudato del suo volgo composto di stralunate maschere felliniane popolari. Aggiunge personaggi come il cacciatore di demoni interpretato da Shu Qi (che per alcuni elementi però si può riconoscere come una sorta di visione alternativa della bodhisattva Guanyin) e lavora fino di scrittura limando la sceneggiatura con tanti di quei tocchi sussurrati ma ingegnosi propri del suo cinema. Poi si affianca un co-regista del calibro di Derek Kwok Chi-Kin (Gallants, The Moss) non si sa con quanta influenza sul progetto e si elimina dal ruolo di attore trovando un suo clone riuscito in Wen Zhang.

Quest’ultimo interpreta un monaco/cacciatore di demoni mediamente fallimentare che cerca perenne rifugio nei consigli di un suo saggio maestro. Nella lotta contro la prima creatura acquatica incontra una seconda cacciatrice interpretata da Shu Qi, ben più efficace di lui e alla perenne ricerca di soldi,  taglie e ricompense da conquistare per ogni demone abbattuto mentre lui lotta principalmente per portare la pace nel mondo seguendo rigorosamente i precetti buddhisti. Tra i due è quasi immediato idillio anche quando lotteranno fianco a fianco contro un pittoresco ristoratore (bellissimo e con la pelle laccata come le anatre alla pechinese) che usa cadaveri come cibo in una taverna infestata. Quando la creatura è prossima ormai alla cattura muta in un gigantesco cinghiale e fugge. Così il maestro indica al ragazzo la montagna dove è sepolto da 500 anni un demone potentissimo, il re scimmia che può dare al ragazzo i giusti consigli per catturare il mostro ungulato.

Chow riscrive la mitologia dei protagonisti di Viaggio in Occidente, prendendo Sabbioso per quello che era, un mostro marino forte, dalla possibilità di mutazione in forma umana, ma lo rende sanguinario e spietato in una sequenza tesa quasi come nel The Host coreano. Stessa operazione per Porcellino giocato dapprima in una scena quasi horror e poi in una action condita da una Shu Qi in stato di grazia. Infine il fulcro, lo Scimmiotto, ovvero il climax di ogni operazione tratta dal romanzo, interpretato magistralmente nella sua controparte umana dal bravo attore cinese Huang Bo e reinventato in chiave classica con un ributtante make up. Sanguinario, potente, sempre pronto a sfidare il Buddha e ad evocarne la perenne Buddha’s palm ormai ricorrente nella filmografia di Chow in un finale che è un omaggio che sfiora la brutale scopiazzatura del videogioco Asura’s Wrath. Il buddhismo d’altronde si fa sempre più presente nel suo cinema; se anche era base stessa della narrazione del classico letterario, il regista ne delinea ulteriori sfaccettature ponendola a confronto/scontro con un guerriero taoista arrivista all’inizio del film, delineando in un pugno di minuti affinità, divergenze, etica e metafisica. Un film bagnato di spiritualità sicuramente che quasi riesce ad evocare la stessa sensazione di fede e preghiera che scatenava le potenze del film giapponese del Daimajin.
Anziché presentare un viaggio con relativa raccolta dei compagni o la genesi dello scimmiotto, il film si focalizza nei moti d’animo di un uomo libero e puro nel corso di una mutazione morale (e sul finale, fisica) dolorosa, finanche luttuosa, con una raccolta quasi involontaria dei tre fedeli e una donazione tardiva della responsabilità del viaggio verso l’India ai fini del recupero dei testi sacri buddhisti da riportare in patria.
Tecnicamente come messa in scena in effetti il film è meno virtuosistico e personale rispetto agli ultimi titoli di Chow, almeno in alcune zone della metrica globale (sarà qua la mano di Derek Kwok?), ma è evidente l’impronta autoriale nel casting e nella direzione degli attori oltre che in alcune zone più “sensibili” della narrazione. D’altronde il limite di tutte le opere tratte da questo classico della letteratura cinese è sempre stata la frammentarietà e consequenzialità degli eventi; non un climax, non degli atti, non delle svolte narrative classiche, ma un lungo “road movie” alternato di macro eventi, difficile quindi da gestire in una classica forma cinematografica.
Una menzione per il coreografo marziale, Guk Hin-Chiu, che ha esordito timidamente, salvo poi incidere prepotentemente il cinema locale, e ad arrivare nella contemporaneità a firmare i colossal mainlander più riusciti come The Four.

Per quanto in dubbio, la sequenza prefinale non può non apparirci come una palese strizzata d’occhio allo scimmiotto di Akira Toriyama alle prese con Dragonball (lo scimmiotto nella forma umana finale è agghindato sia a livello di vestiario che di acconciatura come il Goku giapponese, scelta di base discutibile vista la stazza e età dell’attore, se non vista come citazione consapevole). Presa per vera risulterebbe l’ennesima ammissione dell’affetto del regista verso l’universo grafico e animato del collega giapponese già emerso nei passati film di Chow (da Shaolin Soccer a Kung Fu Hustle); probabilmente va visto anche come una sorta di rivincita verso quel Dragonball: Evolution di cui Chow è stato produttore ma i cui interventi furono in toto rigettati dalla Fox fino alla decisione del re della commedia di Hong Kong di boicottarne la promozione attraverso la propria persona. Cinque minuti a caso del finale del film in effetti sono più filologici e qualitativamente rilevanti dell’intero film di James Wong. Sorprendentemente violento ed inquietante, questo Journey to the West si è preso il divieto IIB, ovvero quanto di più vicino c’è al CatIII e già questa scelta e questo “riconoscimento” dovrebbe fare intuire la portata dell’operazione.
Journey to the West: Conquering the Demons non possiede forse quella potenza cinematografica rivoluzionaria e prepotente di Kung Fu Hustle che esplodeva come nuova strada, metodo, risorsa per il cinema personale del comico e di quello locale, ma assieme all’Ace Attorney di Miike si palesa come uno dei più riusciti adattamenti di un’opera degli ultimi decenni.

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