Journey to the West: Demon Chapter

Voto dell'autore: 4/5
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Nel 1989, prendendo come riferimento un vecchio catalogo della Film Workshop per i mercati internazionali, Tsui Hark aveva messo in pre-produzione un film su Lo Scimmiotto con il titolo di lavorazione The Monkey King. Il film resta in pre-produzione almeno fino al 1991 e poi scompare dai progetti del maestro. Questo solo per rivelare come l’incursione in un film del genere da parte di Tsui non si tratti di un caso improvvisato in un contesto a lui estraneo ma aveva radici artistiche risalenti a venticinque anni prima. Anni in cui raggiungeva il suo climax artistico ad appena un lustro dal periodo in cui si era trovato, volente o nolente, a dirigere deliranti commedie per la Cinema City (All the Wrong Clues for the Right Solution, Aces Go Places 3) o a partecipare a simili produzioni sotto altri ruoli, incluso quello di attore.
Esattamente da questi due punti arriva il sequel di Journey to the West: Conquering the Demons, prodotto e scritto da Stephen Chow, diretto da Tsui. E una seconda didascalia a parte che rivendica un altro “scritto da Tsui Hark”. Perché è evidente ormai, conoscendo bene i due autori, cosa provenga dalla poetica dell’uno e cosa dall’altro. Si faticava enormemente ad immaginare l’ego dei due non in collisione sul set e guardando il film si nota un continuo alternarsi e scontrarsi di due diverse poetiche, quasi fosse uno di quei concerti hip hop in cui i cantanti si rubano la voce e la scena di continuo.
Il film è dichiarato sequel diretto del precedente e di quello conferma tutti i personaggi. Personaggi, non attori. Perché tutti i protagonisti sono stati incomprensibilmente cambiati con grosse remore da parte del pubblico cinese; un fedelissimo dell’ultimo Tsui, Kenny Lin, nei panni dello scimmiotto, forse l’unica modifica sensata in quanto la fisicità del precedente Huang Bo mal si adattava al ruolo d’azione attuale, seppur di superiore talento recitativo. Kris Wu, che faceva una comparsa nel The Mermaid di Chow qui veste i panni del monaco protagonista, mentre il ruolo di Sabbioso va ad un professionista della NBA mongolo, Mengke Bateer. Del vecchio film restano solo dei comprimari in cameo come Shu Qi e Cheng Si-Han nel ruolo del maestro di Xuanzang. Oltre alla affascinante Wang Li-Kun, scoperta e fatta esordire da Tsui ai tempi della serie tv di Seven Swordsmen, nei panni di una seducente demonessa e altri volti noti in ruoli che non andiamo a rivelare.
Il fatto è che il primo film era opera radicale e rivoluzionaria che per la prima volta affrontava un romanzo classico e abusato con un approccio innovativo. Nel mentre era però uscito The Monkey King 2 che raccontava indicativamente lo stesso arco narrativo puntando su di un utilizzo degli effetti digitali eccessivo e probabilmente unico sia per resa che per eccesso all’interno del cinema cinese e non solo. Cosa restava quindi da fare per Tsui? Una cosa che forse non aveva mai fatto, o meglio, come già detto, aveva fatto venticinque anni fa. Buttarla in caciara realizzando una commedia surreale e eccessiva, delirante, spingendo i limiti ancora oltre. E raggiungendo anche lui, in un anno miracolato per il coraggio impopolare di certo cinema asiatico (vedi See you Tomorrow o Gantz: O) la pura avanguardia.

 

Journey to the West 2 è un film che usando in maniera esile la tessitura narrativa classica punta tutto il suo potenziale nel reparto visivo deragliando continuamente fuori da ogni binario lecito e possibile. Dal folgorante inizio onirico, alla prima sequenza incredibile (che ammicca al medesimo sketch introduttivo del precedente film di Chow, Mermaid), agli stupefacenti titoli di testa. E poi via con un ritmo inesistente, un continuo scontrarsi contro ogni regola e possibilità stilistica, in un ricco e accecante inno al caos, saturo, coloratissimo, devastante, annichilente. Visto in 3D e su grande schermo dovrebbe ledere gli occhi.

 

Più che un film prodotto da Chow a tratti sembra quasi una produzione di Wong Jing ma diretta dalla mano di uno dei più rilevanti registi viventi che inventa situazioni articolatissime, mastodontiche e totalmente inspiegabili in un continuo gioco al rialzo e inno al caos visivo più devastante, segnando un altro punto al rialzo nella corsa del blockbuster verso la saturazione totale di stimoli visivi. Ognuna delle centinaia di minuscoli elementi che affollano lo schermo sono a loro volta curati maniacalmente e con attenzione clinica (ma senza mai ambire ad uno sterile fotorealismo), basti notare tutti i dettagli mobili che affollano il character design minuto del demone sferico sul finale. Forte di un budget all’altezza (60 milioni di euro) Tsui si lascia andare nell’inseguimento di ogni suo più segreto e celato desiderio puntando al gigantismo, all’azione più articolata di chiara matrice nipponica, alla costruzione di mastodontiche scenografie “arcobaleniche” e a character design ricercati. Le donne ragno assomigliano parzialmente alle creature che aveva ipotizzato già quindici anni fa per Black Mask 2 ma che la produzione statunitense aveva boicottato con risultati discutibili.
In mezzo a questo fulgore dadaista traspaiono comunque tutte le impronte d’autore del duo di creatori; da una parte i tocchi comici di Chow, ad esempio, che inoltre continua ad usare, di film in film, le stesse musiche da un numero ormai imprecisato di titoli, alle quali viene anche aggiunta la classica The Butterfly Lovers Violin Concerto (per restare in tema, colonna sonora del film di Tsui Hark, The Lovers). Dall’altra alcuni temi ricorrenti di Tsui, come la liberazione del prigioniero (qui interpretato dalla ex “mermaid” Jelly Lin Yun) ai poteri magici dei guerrieri che si rivelano semplici trucchi da prestigiatore (come quelli mostrati in maniera ironica sul personaggio di Yao Chen).
E anche la figura dello scimmiotto passa attraverso molteplici stadi di design in nome di una sorta di esplicito completismo, da quello umano, al classico fatto di protesi e parrucche, ad uno digitale fino ad un upgrade mostruoso di roccia gigantesco che si alterna ad altre forme intermedie. Un film composto di trasformismi, infatti, che aggiorna la base narrativa del primo, con i demoni celati dietro un aspetto umano, ma donandogli esponenziali e continue fasi avanzate che si riflettono anche nelle mutazioni grottesche di Sabbioso avvelenato.
Ulteriore merito del film è quello di offrire la più illuminante sequenza bonus dopo i titoli di coda mai realizzata e che farà felici coloro che già avevano amato i trailer e che conoscono carriera, attori e registi dei film del duo.
Con un incasso di quasi 240 milioni di euro in patria il film ha guadagnato comunque anche più del predecessore posizionandosi ai primi posti del box office del 2017 in Cina. Un rilassato e folle entr’acte per Tsui Hark che è poi ritornato sulle righe alla regia del terzo capitolo di Detective Dee.
Ma al contempo uno dei più frastornanti, dadaisti e acidi blockbuster (?) della storia. Caos, frenesia e adrenalina in una sorta di Buñuel pop e postmoderno. Attendiamo l’eventuale sequel, curiosi.

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