Judge Archer

Voto dell'autore: 4/5
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Le avvisaglie della rivoluzione c’erano già state con il primo film di Xu Haofeng, The Sword Identity. E nonostante fosse un film così “timido” e difficoltoso da diffondere, all’occidente una possibilità era stata offerta dal Festival di Venezia che con la solita lungimiranza dell’ex direttore lo aveva inserito in palinsesto (mentre questo film fu proposto nel 2012 al Festival di Roma). Ma era passato in sordina davanti alla cecità totale del pubblico e macroscopicamente parziale della critica. Perché è difficile penetrare un’opera del genere. Mentre è facile scrivere magari del passaggio al cinema in costume di Hou Hsiao-hsien, visto che nulla aggiunge e nulla toglie alla sua poetica, forse era più difficoltoso cogliere i semi di una vistosa rivoluzione in seno a quell’ottimo esordio. A confermare quanto ipotizzato arriva prima la chiamata al regista da parte di Wong Kar-wai, per adoperarsi come supervisore alla storia del suo The Grandmaster e poi questa seconda prova alla regia.  Xu Haofeng è un romanziere e un reale esperto di storia e cultura delle arti marziali. E si nota macroscopicamente nel piglio filologico e maniacale di ogni sfaccettatura del film, dai costumi, straordinari, alla scelta delle location, alla perfezione delle armi, fino alle coreografie dei duelli da lui stesso gestiti. E qui si disvela la più grande potenza di The Judge Archer; non si era mai visto nulla del genere. Xu ritorna alle basi, ad un cinema vicino per capirci a quello di Liu Chia-liang, dove è l’arte marziale la protagonista e non la regia e un montaggio interventista. Gli scontri sono sempre risolti o per ellissi che cela lo stesso scontro mostrandone la premessa e il risultato, o in piano sequenza senza artifizi e laboriosi tagli di montaggio o risolti con un unico colpo mirato e preciso. E paradossalmente è la Cina, di nuovo, a compiere quello che era stato sempre il compito del cinema di Hong Kong ovvero rinnovare la concezione della messa in scena delle arti marziali, ciclicamente rimessa in discussione e ricodificata quasi ogni decennio. Xu reinventa tutto, riportando l’arte marziale all’etica, alla filosofia e al realismo. L’aveva fatto anche Tsui Hark con The Blade, certo, ma qui non solo non c’è la spettacolarità propria del genere, ma tutto è così verosimile da sembrare quasi un delizioso ritratto del passato con una maniacalità filologica degna del nostro Visconti. Ma non è il solo merito. La regia si è fatta più raffinata ed elegante degna dei grandi nomi, e lavora magistralmente con i fuori campo e gli effetti sonori. E la sorprendente scelta degli attori lascia davvero basiti. Da un veterano ormai fedele (era anche in The Sword Identity) Yu Cheng-Hui che con questo dittico rivela il suo talento purtroppo fin troppo poco sfruttato vista la sua scomparsa nel 2015, a Song Yang presente nei tre film (ad oggi) del regista, alla esordiente Yenny Martin, fisico spigoloso, dotata di un carisma sopra la media.
Xu Haofeng è un nome inaspettato, ed è l’ennesimo tassello del cinema contemporaneo cinese, che alla pletora di blockbuster riesce ad affiancare con intelligenza anche un cinema d’autore e/o di genere intelligente e particolarmente colto come in questo caso. Una delle poche strade vincenti e interessanti dell’ultimo decennio di wuxiapian sullo schermo.

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