Jusei: Last Drop of Blood

Voto dell'autore: 4/5
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Ascoltando i vecchi nomi del cinema yakuza dei bei tempi che furono (incluso Joe Shishido che abbiamo intervistato nel 2005) sembrerebbe che lo yakuza movie non esista più mentre gli anziani del genere tendono a non riconoscere come tali i film di Miike Takashi. Personalmente amiamo allo stesso modo sia i vecchi film della Toei e della Nikkatsu che le nuove virulente storie ultrapop dei registi nipponici dell’estremo contemporanei. Più che una netta separazione notiamo una fisiologica trasformazione (non necessariamente un’evoluzione), una continuità tra due epoche che si è mutata in un nuovo modo, sicuramente più moderno ma al contempo meno “verosimile”, di vedere l’universo criminale. E se Miike Takashi sta partorendo degli allievi ideali e il regista di questo film è uno di essi, possiamo ammettere che il genere è bel lontano dalla propria scomparsa, al contrario, gode di ottima salute.
Last Drop of Blood è una produzione che fonde narrazione classica, ad una visione registica sofisticata e moderna, unite sul finale ad un’aura di matrice hongkonghese.

Intorno ad un grosso tavolo sono sedute tre famiglie yakuza, intente a banchettare in un ristorante cinese dalle pareti ad acquario. Si cerca di unire le vecchie inimicizie di un tempo. In cucina nel frattempo un killer zoppo si infila una muta e si getta nell’acquario. Nella scena successiva lo vediamo sparare in mezzo ai pesci con un mitragliatore falciando i commensali attraverso la vetrata in una carneficina ultragore, provocando l’esplosione delle pareti dell’acquario. Un gangster gli urla addosso ma un proiettile gli entra in bocca, gli perfora la lingua ed esce da dietro la nuca in un’esplosione cremisi. Nella stanza rimane un tappeto di cadaveri mentre un boss cinese rimasto l’unico sopravvissuto continua a mangiare prima che gli esploda mezza testa. Il killer torna in cucina si infila di nuovo in bocca la chewingum che aveva precedentemente appiccicato ad una mensola e se ne va. E sono appena terminati i titoli di testa.

Niente male questo film che sovrappone ad una struttura narrativa classica, potremmo dire “fukasakiana”, altre tematiche morali di matrice hongkonghese.
I soliti guazzabugli tra famiglie, pesci piccoli arrivisti e pesci grossi criminali che sacrificano quelli piccoli. Un ex yakuza che ha appeso le armi al chiodo e si è sposato, reinventandosi come salaryman. Ma come dice un poliziotto, “una volta yakuza, yakuza per sempre, e se si reincarnasse sceglierebbe di nuovo la strada della yakuza, è nel sangue”.
Infatti.
Ottimo e piacevole il film che regala continue sorprese e invenzioni visive, brandelli di melodramma, e sequenze di confronti armati di rara e inedita violenza. Purtroppo ad allentare il piacere della visione è quello che dovrebbe invece essere il climax, ossia la lunga e complessa sequenza balistica finale, di chiara matrice hongkonghese, che purtroppo poco contiene della grazia coreografica del cinema dell’ex colonia, conducendo il film verso le acque limacciose del riso involontario. Fortunatamente il film si riprende in fretta per regalare lo stupendo e agghiacciante finale.
Numerose le sequenze memorabili tra cui va segnalata quella in cui un giovane gangster ferito a morte, per mantenere una promessa, si reca morente alla cerimonia di diploma di infermiera della sorella. Ironia del destino, morirà in mezzo a decine di infermiere, tutte potenziali salvatrici.

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