Justice, My Foot!

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Justice, My Foot!Agli albori degli anni 90 Johhnie To, il celebratissimo regista di molti dei capolavori moderni che hanno aggiornato e rivoluzionato il genere noir, realizza una tripletta di titoli in costume per la leggendaria Shaw Brothers. La casa di produzione in questo periodo non è più il leggendario studio di Chang Che, Chor Yuen e Lau Kar Leung, né quello degli anni successivi più subordinato ai dettami dell’incasso facile, marchio di fabbrica di quella exploitation ancora oggi iconica per molti fan occidentali, ma piuttosto sta provando difficilmente a rigenerarsi arruolando qualcuno della nuova generazione di cineasti. Nei titoli di testa si avvista quindi il nome di Mona Fong, la vulcanica moglie di Sir RunRun Shaw e produttrice di più di un centinaio di film.

E la Shaw sarà stata pur moribonda nel 1992, ma la TVB, sua propaggine televisiva, aveva abbastanza denari da ingaggiare il campione di incassi Stephen Chow. È proprio questo l’anno in cui nei primi cinque incassi figura proprio lui nel cast, che l’anno prima figurava nell’altro campione del botteghino Fight Back to School. I due film vengono affidati ad un promettente regista che proprio in TVB si era formato, come tanti altri esponenti della New Wave di Hong Kong, e che qualche anno dopo avrebbe fondato la sua propria leggendaria casa di produzione che è anche una delle poche arrivate sino al nuovo millennio in buona salute.

Johnnie To e la Milkyway non necessitano oggi alcuna introduzione, ma è lecito chiedersi se questi grandi successi di pubblico non abbiano funzionato da prodromo per il regista. Sono anni strani e frenetici quelli della Hong Kong di questi anni. Raymond Wong con la Cinema City e poco dopo Tsui Hark con la Film Workshop hanno rivoluzionato il linguaggio della produzione. Con mezzi limitati, ma con tanta fantasia a sopperire eventuali mancanze, si assiste alla creazione di un nuovo tipo di blockbuster autoctono che non ha paura di guardare in faccia l’omologo americano in termini di fracasso generato. Lo stesso To aveva avuto a che fare con entrambi i produttori, in questa epoca in cui i grandi studi faticano a tenere nell’ovile i propri talenti e i contratti d’esclusiva sono sempre più limitati. Più del suddetto però, con i due vulcanici produttori ci aveva avuto a che fare il coreografo dei coreografi, l’altro rivoluzionario del media, Ching Siu-Tung che lo accompagnerà in quei titoli più rappresentativi del pre-Milkyway.

È probabilmente il regista a portare in questa avventura il coreografo dopo che i due si erano già incrociati per una manciata di collaborazioni alla Cinema City tra cui Happy Ghost III, All About Ah-Long e il fortunato The Eight Happiness. Insieme realizzeranno in tempi brevi due dei tre titoli in costume commissionati dalla Shaw: questo Justice, My Foot!, The Mad Monk e The Bare-Footed Kid. I titoli condividono scenografie molto simili e diversi incroci davanti e dietro la scena tra cast e addetti ai lavori. Ma tra questi titoli il terzo e ultimo del lotto è vagamente avvicinabile ai primi due titoli in cui Stephen Chow è protagonista; e non solo in termini di incassi, ma anche in termini strutturali, trattandosi di un classico gongfupian dai tragici risvolti, protagonista del quale è Aaron Kwok, che cerca di rinvigorire la tradizione interna del genere alla Shaw1.

E a volerla dire tutta anche The Mad Monk, rilettura della commedia classica basata sul mito di Qi Long, il monaco anticonvenzionale, interpretata da Yau Fung nel lontano 1977 è decisamente meno bello di Justice, My Foot! La chimica dei due protagonisti, Chow e la compianta Anita Mui funziona molto bene rispetto alla struttura episodica di The Mad Monk che si rifà al classico d’origine. Tanto è vero che la parte migliore è proprio l’interazione tra i due anche se la Mui è relegata al piccolo, ma delizioso ruolo, della dea che spedisce il monaco sulla terra per punizione. I due sfortunatamente condivideranno la platea solo in queste due occasioni. Discorso diverso per Johnnie To che negli stessi anni per altre produzioni impiega l’attrice nella fantastica doppietta di Heroic Trio e Executioners, dove compaiono Anthony Wong e Maggie Cheung che hanno consistenti ruoli in The Mad Monk e The Bare-Footed Kid. Nel gioco di incastri si deve citare anche Ching Siu-Tung che coreografa quasi tutti i titoli, inclusi quelli con Chow ed escluso The Bare-footed Kid, che si avvale invece di Liu Chia-Liang, grandissimo coreografo della precedente generazione e per tutti i titoli la sceneggiatrice Sandy Shaw Lai-King.

Le emozioni sono fortissime nel vedere Anita Mui volteggiare, levitare, passeggiare aereamente usando qualsiasi punto di appoggio grazie alla maestria di Ching Siu-Tung. Sembra parzialmente di vivere un anticipo di quei film tanto amati, che hanno modellato le fantasie e le aspettative di tutti i fan del cinema dell’ex-colonia. È il peso perfetto nell’altro piatto della bilancia su cui c’è il comico. Il film è il remake di una commedia lirica cantonese (Judge Goes to Pieces) già portata sul grande schermo dall’autore stesso, Ma Sze-Tsang, e dalla propria consorte, Hung Sin-Nui, nel 1948, verosimilmente scritta qualche anno prima e ispirata da un’altra opera pechinese dal titolo Si Jinshi (四進⼠). Sul tema ci sarebbe da scrivere un intero libro, visto che del cinema di Hong Kong precedente alla seconda guerra mondiale si sono salvate un numero di pellicole che si conta sulle dita di una mano e questo film rappresenta un grandissimo documento storico di un cinema che con la riunione della colonia inglese con la Cina ha definitivamente cessato di esistere. Trattasi di una storia effimera, ma di grande intensità e bellezza di cui Chow e To sono stati due eccezionali traghettatori.

Come nella commedia originale Chow, prendendo il posto di Ma Sze-Tsang, interpreta il celebre e sagacissimo avvocato Sung, la cui moglie (Anita Mui) cerca di coinvolgerlo in casi di cui non vuole prendersi carico. In questa versione moderna la moglie è una esperta di arti marziali e prova disperatamente a donargli un figlio, dopo che nella macabra premessa si viene a sapere che la coppia ha perso ben 13 figli. Anche per questo la Mui prende sotto la sua ala protettrice la vedova Yang (Carrie Ng) accusata ingiustamente dell’omicidio del marito in realtà assassinato dalla sorella e dal cognato.

L’irruenza dei due è sia fisica nelle sequenze più slapstick, che verbale in quelle puramente procedurali. L’orecchio più attento potrà notare come il cantonese dei due è usato in maniera vorticosa e virtuosa2. Il talento di Chow in questi anni ha già raggiunto la piena maturità e si vede già il talento monopolizzante che verrà, tale per cui tutti i comprimari non riescono a brillare se non dotati di carisma. Si pensi al povero Eric Kot annichilito nel suo ruolo da co-protagonista nell’analogo Lawyer Lawyer che similmente ci propone un altro Chow avvocato stavolta sposato con Karen Mok. Persino l’umorismo post-moderno di Chow, intriso di metacinema è già presente, come nel riferimento interno all’altro film con To, quando si cita il monaco Ji Gong, mentre invecchiano male le battute a scherno dell’omosessualità che per fortuna sono evaporate in tempi odierni.

Ma se la presenza di Chow è già straripante, cosa si avverte di quella di To? A molti piace immaginare maliziosamente che ci sia più la mano di Ching Siu-Tung dietro questa manciata di film, che l’autore dopo una decina di film e una decade di lavoro ancora non si sia modellato secondo il loro immaginario, ma il discorso è sempre viziato da quella visione, da quel voler sempre dividere il cinema in autori e non. Negando a To le sue licenze commerciali si nega anche un po’ lo spirito del tempo e le variegate forme che il cinema locale prendeva e che ci entusiasmavano in quegli anni. È anche chiudere l’occhio su cose minori dell’epoca Milkyway, certamente inferiori a Justice, My Foot!, che mostrano quanto si tenga anche a rimpinguare le casse della produzione e non solo a titillare la fantasia dello spettatore. Lo sterile esercizio di capire quale sia il contributo del regista e quale quello del coreografo è materia aerea, perché nel bene o nel male è anche questo lo spirito di Hong Kong, quello un po’ volatile che brucia in fretta come quel finto denaro che viene bruciato in onore degli spiriti da quelle parti. Resta solo un po’ di fumo, ma nel cuore un po’ di calore.

Note:
[1] La storia di To in orbita TVB/Shaw è in realtà più lunga e complessa. Si pensino ai vari The Story of My Son, Loving You, Moment of Romance e Lifeline, che rappresenta l’ultimo film prima dell’era Milkyway.

[2] Si veda al riguardo il seguente studio sull’uso della linguistica per la commedia che riguarda in particolare una riduzione audio della stessa commedia:

Marjorie K.M. Chan, The Judge Goes to Pieces (審死官): A Linguistic Study of Humor in a Cantonese Opera, Proceedings of the Eighteenth North American Conference on Chinese Linguistics (NACCL-18). Edited by Janet Xing. 2006. GSIL Publications, University of Southern California. Pages 54-71.

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