Kaante

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KaanteEsiste uno strano ping pong cinematografico che rimbalza di nazione in nazione. Prima c’era Ringo Lam e City on Fire, giunse Quentin Tarantino e lo saccheggiò per il suo Le Iene. Infine il verbo ritornò ad est ed approdò in India. Nacque Kaante.

Preparazione, svolgimento e deriva finale di un assalto ad una banca ad opera di un gruppo di personaggi molto diversi tra loro e male assortiti. Se il film deriva vagamente da Killing Zoe e scopiazza un pò troppo Le Iene ((H)indi City on Fire) [e per alcuni Heat – La Sfida] la personalizzazione successiva è il vero punto di interesse del film.

Interpellato sulla questione il regista dice “Il film non è ispirato a Reservoir Dogs (Le Iene). Il mio film appartiene allo stesso genere di film de Le Iene, Giungla D’Asfalto, City on Fire. Le Iene stesso è un remake di un film di Hong Kong, City on Fire. E’ un crime movie, non è il remake di nessun film. E’ un film dove si mettono insieme cinque o sei personaggi e si guarda a come le cose vanno storte”. Resta il fatto che diversi film precedenti del regista sembrano ispirarsi a film hollywoodiani, compreso il super successo Aatish. Comunque lo spettatore si prepari a puro massimalismo cinematografico made in Bollywood 100%. Effetti, effettoni, effettacci continui, viraggi selvaggi che spezzano la continuità cromatica all’interno della stessa scena, grandangolo perennemente in azione (a volte rimanda alle sperimentazioni di Too Many Ways To Be N.1 di Wai Ka-Fai) speed up, accelerazioni, ralenti, stacchi in asse, zoom digitali ed ogni possibile artificio utilizzato non a scopo generativo (come nelle ultime produzioni di Tsui Hark) ma per il semplice gusto pirotecnico di ammassare e incrinare la visione trasferendola continuamente e facendola rimbalzare da un punto di vista all’altro in un incessante prisma visivo. Il film è tutt’altro che esente da difetti, errorini, ingenuità, ma il raffazzonamento totale, unito ad un dispendio di mezzi non indifferente rende la pellicola altamente divertente.
D’altronde siamo a Bollywood e non stiamo parlando di low budget. Il film è dispendioso di mezzi, girato negli States, in parte discreto come Le Iene ma in parte -vista la tendenza centrifuga del regista- altamente spettacolare come nel mexican stand-off finale.
Almeno un paio di scene d’azione (vagamente derivative, of course) sono decisamente riuscite.
E anche il cast è vario e decisamente interessante. In primis è d’obbligo citare il superdivo Amitabh Bachchan, considerato in patria più un Dio che un attore, con una carriera immensa alle spalle costellata da infiniti successi.
Altra superstar Sanjay Dutt (Aatish, Mission Kashmir) e l’attore action Sunil Shetty (Jaani Dushman), il regista divenuto attore Mahesh Manjrekar (Ehsaas: the Feeling) e il cantante Lucky Ali(Sur). Ma non sono da meno le presenze femminili, composte da Rati Agnihotri (Chupke Se), Malaika Arora (Dil Se) e Isha Kopikkar.
Insomma, un film brioso e ben fatto, derivativo quanto si vuole, ma decisamente piacevole.

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