Kala Malam Bulan Mangambang

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kala malam bulan mangambangEra dal 1974 che in Malesia non si girava un film in bianco e nero, ma Mamat Khalid non avrebbe potuto effettuare una scelta migliore per realizzare questa parodia del cinema noir, omaggio dichiarato al cinema malese degli anni ’50. Grazie all’inaspettato successo in patria di Zombie Kampung Pisang, il suo precedente lungometraggio proiettato anch’esso in Italia nell’ambito dell’edizione 2008 del Far East Film Festival, il regista si è potuto togliere lo sfizio di girare questa dark comedy che frulla generi che vanno dall’horror al melò, riuscendo comunque a mantenere una certa coerenza di fondo che riesce ad evitare il fastidioso effetto collage tipico di prodotti del genere.

Ambientato negli anni ’50, il film prende il via con il giornalista sfigato Saleh (Rosyam Nor) che a causa di un pneumatico bucato per colpa di un keris (pugnale tipico malese) conficcato nel terreno è costretto a fermarsi presso un misterioso villaggio. Come è facile immaginare, questo porterà il protagonista col baffetto a trovarsi davanti ad una serie di misteri che – più o meno – sono tutti legati tra loro. Già il fatto che il keris incriminato fosse in realtà impugnato da un cadavere sepolto sotto terra comincia a creare qualche problema, se poi si aggiunge che il pugnale possiede – forse? – qualche strano potere, è comprensibile come Saleh cominci già ad avere qualche grattacapo. Da qui in poi il film è tutto un susseguirsi di stramberie che vanno dai rapimenti nelle notti di luna piena a una serie di femme fatales tra cui la splendida Cik Putih, che senza troppi sforzi riesce a carpire tutte le attenzioni del protagonista: servirebbe a poco elencare le numerose situazioni (la maggior parte delle quali, ovviamente, pericolose) in cui Saleh riesce a ficcarsi nel tentativo di risolvere il mistero,  e se solo il regista fosse riuscito a mantenere un po’ più sostenuto il ritmo del film, allora ci si sarebbe trovati davanti ad un eccellente esempio di parodia.

Peccato quindi che dopo una mezz’ora di stramberie il film – penalizzato dalla durata che rasenta le due ore – cominci ad arrancare vistosamente a causa anche di una sceneggiatura che si ingarbuglia strada facendo, seminando spunti qua e là ma raccogliendo pochi frutti; peccato davvero perchè l’atmosfera noir dal retrogusto quasi lovecraftiano riesce a tratti persino a sorprendere ma non è sufficiente a salvare lo spettatore dalla noia. Certo è che un prodotto del genere può far ben sperare nel futuro di un regista (e di una cinematografia) che con le dovute aggiustature (rispetto al precedente film zombesco questo è decisamente un passo avanti) potrebbe davvero sorprendere. Per ora, siamo appena sotto la sufficienza.

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