Kamen Rider 555

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“Non possiedo sogni, ma posso proteggere i sogni”

Sinossi:

Takumi viene coinvolto dopo l’incontro fortuito con Mari in un combattimento contro una creatura mostruosa. Grazie all’utilizzo di una speciale cintura ricevuta misteriosamente dal suo padre adottivo, Mari lo aiuta a trasformarsi in Kamen Rider Faiz. Da questo momento in poi le vite dei due non saranno più le stesse. Sul loro cammino si imbatteranno in altre creature del genere, gli Orphenochs, che altro non sono che persone morte resuscitate da una misteriosa corporation in cui lavora il padre di Mari, la Smart Brain.

Riflessioni:

Kamen Rider 555Da sempre i due nomi più famosi del tokusatsu, Ultraman e Kamen Rider, sono stati caratterizzati da profonde e marcate differenze, che forse è bene chiarire in partenza per chi non è addentro al genere. Oltre le argomentazioni tecniche, in quanto Ultraman fa parte della sottocategoria Giant Hero (o Kyodai Hero), in cui gli eroi si ingigantiscono per combattere mostri alieni, mentre Kamen Rider ha scala umana, si aggiungono sostanziali differenze nei temi trattati e nell’umore generale della serie. La creatura di Ishinomori Shotaro nelle sue infinite mutazioni attraverso tutte le serie, in totale contrasto al ben più solare ultra uomo, ha più volte passeggiato sull’esile confine tra bene e male e più volte l’archetipo scelto per la rappresentazione è stato quello dell’antieroe.

Da questo punto di vista Kamen Rider 555 non fa assolutamente eccezione. Tutta la serie fa infatti leva sulle emozioni e sui dubbi di tutti i protagonisti e sul legame simpatetico e talvolta interscambiabile tra presunti buoni e presunti cattivi. Nell’arco delle prime puntate, piuttosto che percorrere la storia dei riders, ampio spazio è lasciato ai loro nemici, i tre Orphenochs Yuji Kiba, Yuka Osada e Naoya Kaido. Tutti e tre in punto di morire vengono resuscitati da questo improvviso destino e si ritrovano loro malgrado ad essere dei mostri. Tutti e tre vengono irretiti dalla Smart Brain, che è la tipica corporation cattiva dei tokusatsu comandata da altri Orphenochs. Tutti e tre finiscono per diventare dei reietti, osteggiati da una parte dalla Smart Brain che li vuole asserviti e dall’altra dai riders che cercano di eliminare tutti gli Orphenochs.

“La tua colpa è quella di essere tornato in vita” dicono nella prime puntate ad un estenuato Yuji Kiba che cerca di riappropriarsi della propria vita, dopo essersi risvegliato due anni dopo dal coma, causato dall’incidente in cui ha perso entrambi i genitori. Il percorso che attraverserà, da questo punto in poi, è quello tipico della vendetta, della resistenza al lato oscuro e della susseguente redenzione. Tramutatosi in Orphenoch dall’evidente e fortemente simbolica sembianza di cavallo, in termini di nobiltà e eroismo, cercherà poi di guidare i suoi due compagni lontani dalle grinfie dei cattivi e al contempo di difenderli dai riders.

Questi ultimi vengono presentati, come si è soliti fare nei tokusatsu di ultima generazione, con l’avanzare della storia. Il protagonista della storia è Takumi Inui; il classico riluttante eroe che si trova coinvolto nell’incontro fortuito con Sonoda Mari in battaglie che sembrano al di là delle proprie possibilità, se non fosse per la magica cintura che gli permette di diventare Faiz. I riders comprimari saranno Masato Kusaka (Kamen Rider Kaiza), odioso e in contrasto con Faiz, e Shuji Mihara (Kamen Rider Delta), pauroso e restio a diventare un eroe. Per fortuna, entrambi non svolgono il solo ruolo di nuovi personaggi atti ad incrementare la vendita di gadgettistica legata alla serie, ma hanno ben delineati profili all’interno della storia. Sopratutto il Kaiza è in qualche modo il nemico più pericoloso per il Faiz nonostante combattano fianco a fianco, vuoi per l’amore morboso che lega Kusaka alla sua ex compagna di classe Mari, vuoi per disposizione caratteriale dettata da un trauma nascosto che lo vuole restio a legarsi. Ad ogni modo la storia è un profluvio di emozioni che crescono e spaccano i cuori di tutti i protagonisti, logorando o rafforzando rapporti, all’ombra di un destino sempre più tragico nella progressione dell’arco narrativo. E sarebbe quasi tutto registrato alla perfezione, se non fosse per qualche divagazione di troppo nel creare quelle situazioni quasi telenovelistiche che appesantiscono l’opera generale.

Le cinquanta puntate della serie andata in onda da gennaio 2003 a gennaio 2004 sono ben sufficienti, se non eccessivamente prosaiche, a tratteggiare tutti i profili e i caratteri dei protagonisti e sopratutto a narrare per pillole tutte le vicende del passato che li hanno portati ad essere coinvolti. A dispetto di ciò, la qualità tecnica è in generale notevole sia dal punto di vista registico, poiché scava bene nei drammi interiori dei personaggi con tanti primi piani, tanta pioggia e tanto vuoto, sia dal punto di vista tecnico per quanto riguarda gli effetti speciali. Gli inserti di computer grafica non finiscono per annientare la natura classica di questo tipo di serie ad alto contenuto di gomma e lattice. Piuttosto, a differenza di altri prodotti similari, anche posteriori, come nel caso di Garo, in cui l’integrazione tra i due  elementi è poco riuscita, Kamen Rider 555 si distingue proprio perchè della cgi fa un uso intelligente, cioè come supporto eccellente all’effettistica classica.

Questa caratteristica dovrebbe dirla lunga sul diverso budget che hanno le serie della Toei rispetto ad altre nipponiche. L’essere però una serie di una major rappresenta spesse volte anche il grosso limite di queste saghe e si riflette pesantemente sullo story arc. Per fare un esempio, i personaggi vengono buttati dentro a profusione con l’avanzare della serie per incrementare la produzione di action figures e prodotti derivati. Va dato atto agli sceneggiatori che sono stati fin troppo bravi nel tirare fuori un prodotto decente dalle richieste che probabilmente gli vengono fatte dall’alto. E purtroppo l’impressione che se ne ricava è spesso quella di uno script in divenire, puntata per puntata concepito per una serie che nel migliore dei casi dura un anno preciso per un totale di una cinquantina di episodi come per Faiz, mentre nei casi più sfortunati come Ultraman Nexus può essere modificata in itere, sforbiciata di brutto ed infine troncata se proprio non va.

Alla luce di questo è ben chiaro il difetto di Kamen Rider 555; là dove era stato fatto uno sforzo incredibile per creare personaggi dallo spessore incredibile e dai caratteri ben delineati, poco viene fatto per saldare assieme tutti gli avvenimenti salienti e decisamente coinvolgenti della serie. Questo si traduce in uno spezzettamento a volte eccessivo del canovaccio principale. Alcune puntate di riempimento, i così detti filler (tanto odiati dai fans), sono effettivamente stucchevoli e piene di cose inutili all’economia generale della serie. Alla lunga, oltre a ciò, la banalità di fondo di alcune scelte di sceneggiatura si fa pesante. L’impressione ricavata è che Tokyo sia estesa per venti chilometri quadri visto che tutti i protagonisti non fanno che incontrarsi (per puro caso) nei posti più impossibili e che sono innumerevoli le volte che un Orphenoch attraversi (sempre per puro caso) la strada ad uno di loro.

A discolpa di ciò va anche fatto presente il meccanismo intrinseco della serie. Essa è infatti concepita per andare in onda ogni settimana e questi difetti sono evidenti per noi occidentali, spesso costretti a vedere tutte di seguito le puntate. Insomma, non si dovrebbe mai prescindere dalla struttura episodica che permette ripetizione di tòpos della sceneggiatura presenti magari in diverse puntate precedenti. L’impressione che alcune casualità siano un po’ troppo abusate dovrebbe svanire con una visione diluita nel tempo.

L’opera riesce comunque a fare breccia nel cuore dello spettatore ed è per questo un tassello fondamentale nella saga dei “riders” e probabilmente gli anni gli conferiranno ulteriore gloria da aggiungere a quella già ricevuta. Questo anche in virtù delle oggettive buone idee che entreranno nelle solite elencazioni fanatiche e rituali delle caratteristiche fatte dai fan a difesa dei loro eroi. Una delle più interessanti è proprio come gli eroi si trasformino in seguito ad una cifra (555 per il Faiz) che viene digitata su un cellulare da inserire nella cintura. Tutte le restanti armi e colpi speciali sono stretta conseguenza delle cifre digitate e a tutte fa ampio prologo la solita sequenza di mosse e movimenti plastici preparatori. Insomma è il solito circolo vizioso creato dai produttori di giocattoli.

Chi di noi non vorrebbe digitare quelle fottute tre cifre, infilare il cellulare nell’apposita tasca della tuta e sferrare un calcio di luce sul muso del proprio quotidiano nemico? Così. Per terminarlo nella giusta esplosione di luce che si merita. In fondo altro non è, per noi poveri ingenui consumatori di giocattoli, che una piacevole circonvenzione.

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