Kamen Rider Den-O

Voto dell'autore: 2/5
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“The past should give us hope”

 

Intro:
L’”henshin” più flebile della storia, probabilmente. Den-O è stata la grande delusione del 2007 e apparentemente un punto di non ritorno per Kamen Rider verso le vette dell’infantilismo idiota. Sembrano trascorsi millenni dal Kamen Rider 555 e invece non sono passati che una manciata di anni. Se Den-O vanta una delle sigle di testa più riuscite di sempre, il resto purtroppo preoccupa e lancia cupi segnali verso quel Kiva (e Decade) dell’immediato futuro. Bamboccetti belli, bambocci capaci e ragazzetti inespressivi, un pugno di pin up strizza-ormoni e dei villain tutti un po’ uguali e fin troppo “coerenti” nel character design.
Grande novità della serie sono stati gli Imajin, insperati pupazzoni che hanno evidentemente incrementato la vendita di gadget e hanno salvato baracca e burattini anche di fronte alla fuga della protagonista a metà della messa in onda.
Questa diciassettesima serie di uno dei simboli stessi del Tokusatsu e dei super eroi giapponesi è stata rappresentata da una vivacità estrema di colori e da un digitale di ripresa decisamente più caldo e curato del solito, mentre al contempo si sono raggiunti ottimi risultati nell’utilizzo degli effetti in 3D. Sulla carta la serie, almeno a livello narrativo, prometteva invenzioni e svolte decisamente interessanti ma che poi si è preferito lasciare a livello embrionale per non compromettere, probabilmente, la comprensione da parte di un target più giovane. Ed è stato un bel peccato visto che le pedine forti c’erano; riflessioni sulla memoria, paradossi temporali, ricordi rimossi, cancellati, sentimenti annientati dall’eclissarsi di sezioni temporali.
La serie ha contemplato anche un film per la sala (Kamen Rider Den-O: I’m Born!) distribuito a metà della messa in onda e in perfetta continuità con la narrazione, privando quindi chi non fosse andato al cinema di alcuni tasselli della storia generale.

Soggetto:
Ryotaro Nogami è un giovane goffo e timido che si trova aggredito da una creatura umanoide. Viene soccorso da una ragazza a bordo di un treno volante e assistito da una creatura rossa denominata Momotaros. Gli viene affidata una cintura grazie alla quale muta in Kamen Rider Den-O per bloccare dei mostri provenienti dal futuro per modellare e distruggere il passato.

“Ore wa saisho kara saigo made kuraimakusu da ze!”

Armature e guerrieri:
Solo due guerrieri in armatura per questa serie, Den-O e Zeronos (più un terzo, Gaoh, il villain presente solo nel film). Non si tratta di armature robotiche ma di espressioni di possessione che si riflettono anche sul carattere del personaggio. A donare varietà al tutto è la presenza degli Imajin buoni che aumentano di numero nel corso della serie per schierarsi al fianco di Ryotaro. Ognuno di questi viene evocato tramite comando sulla cintura e produce una particolare trasformazione e determinate capacità combattive.

La Plat Form, nera, è la forma base, esente da possessione ed estremamente debole.

La Sword Form è attivata dal principale imajin, Momotaros, e basa la sua forza sulla spada, il colore base è il rosso.

La Rod Form (azzurra) armatura di elemento acqua è attivata da Urataros e permette il combattimento con una lancia.

La Ax Form (gialla) è attivata da Kintaros e si basa sull’ascia e la forza bruta.

La Gun Form (violacea) è in mano a Ryutaros, si basa sulle armi da fuoco e l’agilità fisica.

La Wing Form (bianca) è un’armatura che appare ben poco visto che è relativa ad un Imajin di passaggio, Sieg (ed ha una buona resa durante il film).

La Climax Form è quella più riuscita formalmente, dinamica e dotata di un ottimo design. E’ un’evoluzione della prima ed incorpora le prime tre.

La Liner Form è la versione finale, una vera accozzaglia carnevalesca di elementi plasticosi poco convincenti come accade spesso nei tokusatsu per gli stadi finali di mutazione.

Anche Zeronos possiede tre stadi di trasformazione. Questa scelta dona notevole varietà alla serie.
Simbolo stesso di Kamen Rider Den-O è il treno; per primo il Denliner, veicolo volante/campo base degli eroi della serie, capace di viaggiare nel tempo e di mutare nel corso delle puntate in una forma prossima ad un mastodontico mech corazzato e armato, al fine di battere delle evoluzioni post mortem impazzite e di dimensioni colossali degli Imajin, prodotte dopo la sconfitta. Ma il treno è simbolo stesso anche degli eroi e si riflette e incide sui loro corpi; le armature sono solcate da rotaie che come cicatrici tribali percorrono l’acciaio e le trasformazioni cicliche avvengono proprio tramite movimento delle varie componenti meccaniche lungo questi binari. Il risultato è affascinante. Ogni arma possiede determinate reazioni contro i nemici e gli ambienti, con un’ottima interazione contro gli edifici e edificanti effetti digitali cromatici intriganti, meno chiassosi di Madan Senki Ryukendo ma ugualmente gratificanti.

“Ore…Sanjou!!!”

Dinamiche:
In ogni puntata un personaggio con un trauma passato entra in collisione con una creatura, un imajin proveniente dal futuro che gli chiede un desiderio da esaudire. Ovviamente il desiderio sarà compiuto sempre in maniera “eufemistica” e con risultati catastrofici. Nel momento del compimento della missione, il corpo dell’uomo si apre e diviene portale temporale che proietta la creatura nel passato, nel preciso momento di produzione del trauma, passato che l’Imajin tenta in ogni modo di distruggere con evidenti e catastrofici riflessi sul presente. Il Denliner, treno capace di viaggiare nel tempo, con i suoi imajin buoni a bordo si attiva per fermare la nefasta missione. A muovere questa ondata di distruzione è un ragazzino, capo degli imajin, figura riuscita ma che appare decisamente troppo avanti nel corso della serie.

Riflessioni:

L’ilarità della serie, un fiume di digitale invasivo oltre il lecito, la sortita dovuta a problemi di salute di una protagonista nel corso delle puntate (prontamente sostituita con un “colpo di genio” dagli sceneggiatori) vanno a soffocare quelle poche idee e invenzioni più sobrie e intriganti, specie quelle plasmate su riflessioni da paradosso temporale che avrebbero potuto regalare ben altri sviluppi. La serie funziona comunque e anche se non tutti i tasselli sono al loro posto la resa dei personaggi crea un’innegabile empatia, premiata dai brillanti dati d’ascolto del pubblico e da una vendita di gadget di proporzioni bibliche. Certo, soprattutto nei puristi e nei fans di vecchia data resta un forte amaro in bocca e una delusione per avere visto tradito uno degli (anti)eroi più oscuri della storia del cinema e della televisione. Un Kamen Rider sponsorizzato dal McDonald’s, con troppe puntate di riempimento (fillers) estremamente irritanti e infantili che sembra una fusione tra una pubblicità delle Smarties e una di Trenitalia.
Inizialmente viene presentata un’armatura nuova ogni tre puntate e ogni Imajin nemico dura due puntate (come avviene ben spesso all’interno della franchise) con una prima sconfitta alla fine della prima. Alcuni imajin inoltre una volta uccisi piombano in modalità berserk mutando in uno o più colossi giganti. Per ovviare a questo problema interviene il Denliner. Il Denliner è un treno volante capace di viaggiare nel tempo. All’interno della locomotiva è fissata una moto che cavalcata permette la guida del locomotore. Ogni nuovo imajin buono porta una nuova carrozza dotata di abilità speciali che una volta sommate formano un mezzo di battaglia mastodontico simile ad un mech corazzato ed abile a battersi contro gli Imajin post mortem ribattezzati Gigandeath. Nella carrozza ristorante si svolge metà della serie, quello è il quartier generale dei buoni, locus amoenus dove soggiornano il protagonista, gli Imajin, il capotreno e la sexy cameriera Naomi (Rina Akiyama). Ancora più mastodontico del Denliner è una vera e propria stazione semovente dalle forme animalesche che giunge verso fine serie.
Le puntate sono lineari ma talvolta sferzate da discontinuità fortunatamente positiva, come durante la numero 27 decisamente più riuscita e maestosa delle altre.
La serie si chiude con un’ultima puntata gradevole (rispetto agli standard della serie) chiassosa e roboante, improbabile e inspiegabile ma che non lascia troppo amaro in bocca come spesso avviene nel franchise. Arrivati alla fine di Den-O interessa poco cos’è successo visto che il senso narrativo probabilmente non lo sanno nemmeno gli sceneggiatori, ma ormai ci si è affezionati ai personaggi.
Una serie assolutamente minore e sottotono, infantile e per un target giovanissimo.
Una lode va comunque al giovane protagonista Takeru Satoh che nonostante tutto interpreta 5 ruoli con una certa varietà e convinzione e saltando spesso in diretta dall’uno all’altro come un novello Linda Blair (ri)posseduto.
Se l’audience si è rivelata media, Den-O è stata una delle serie ad aver promosso e venduto il maggior numero di gadget degli ultimi anni. Merito forse degli Imajin personaggi mostruosi plasmati sulle fattezze di creature classiche del folklore giapponese (i buoni, i cattivi invece sono classicamente riferiti a forme animali) e quindi dotati di una forte presenza fascinatoria nei bambini. Momotaros ad esempio, l’imajin principale, ha le sembianze del viso uguali a quelle di un Oni (ricostruite sulle maschere del teatro No).
A confermare il successo di questa serie mediocre è il fatto di aver ritrovato i veri personaggi protagonisti nei numerosi film crossover prodotti durante la messa in onda delle serie successive per parecchi anni a venire, fino ad oggi.

Gli eroi
Bonus
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