Kamikaze Girls

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Kamikaze GirlsUna ragazza corre all’impazzata cavalcando un motorino, in una strada immersa nei campi. Non controllando un bivio, inaspettatamente, avviene lo scontro con un camioncino. La ragazza viene sbalzata in aria ed esprime il suo ultimo desiderio.

Molte storie potrebbero finire così, ma invece questo è l’inizio di un folle e divertentissimo film.

La saga tipicamente giapponese dei “musicisti sullo schermo” (ricordiamo un’altro noto e meraviglioso lavoro come Moonchild di Zeze Takahisa o il folle film delle Mini Moni) continua e, soprattutto, sempre con esiti più che felici.

Kyoko Fukada, notissima idol giapponese già apparsa in un più famoso Dolls di Takeshi Kitano, è qui protagonista. Non è una classica pellicola modellata sul suo personaggio, è un film scritto e diretto in stato di grazia, dove a farla da padrone è l’ambiente delle periferie giapponesi, contrapposto al grande splendore di Tokyo.

La storia, infatti, è quella di Momoko, una ragazza che vive a Shimotsuma (presso Ibaraki) con una nonna alquanto strana e un padre yakuza fallito a causa di una truffa nel mercato della contraffazione dei vestiti. Tutto si svolge in un flashback visto che il desiderio pre mortem era quello di rinascere nell’epoca Rococò, da lei tanto amata, ma, volere superiore, è destinata a ripercorrere la sua vita, incentrandosi soprattutto sugli ultimi anni.

Questi, infatti, sono segnati dall’amicizia/incomprensione con Ichigo, una quasi coetanea che fa parte di un gruppo di giovani bikers rrrriot grrrls. Le due si incontrano, infatti, per una questione di “abbigliamento”: Momoko dopo aver trovato i vestiti contraffatti creati dal padre, cerca di piazzarli in internet per guadagnare la somma elevata che le serve per comprare i suoi abiti preferiti, ed è così che Ichigo risponde all’annuncio.

Kamikaze Girls è uno scontro di stili, di ambienti, di modi di essere. Interessante notare di come si tratti di una storia adolescenziale, ma non fatta con gli occhi di una ragazzina, ma di un adulto forse non troppo adulto, che sa perfettamente come gestire l’apparato comico, ma al contempo anche quello (melo)drammatico ed emotivo. Il film, però, possiede il non facile pregio di risucire a marcare bene la questione dell’ ”essere e dell’apparire” senza cadere nel fazioso né, soprattutto, nel pedante.

Momoko e Ichigo, sono lo specchio estremo della gioventù giapponese, la prima tutta casa, musica classica, ricamo e vestiti da lolita, la seconda indisciplinata, grezza, sempre per strada e in cerca di guai. Eppure l’apparenza non è lo specchio del loro vero essere e la più piccola e apparentemente capricciosa Momoko, si dimostra molto più matura e sicura di sé di Ichigo, che agli occhi di tutti risulta essere una persona inflessibile e tutta d’un pezzo.

Nota di merito all’attrice Anna Tsuchiya, che nel film interpreta Ichigo, riuscendo ad interpetare un ruolo non così immediato per una ragazza (una specie di surreale Bunta Sugawara al femminile); si giostra frammentariamente il ruolo della ribelle, della violenta, dell’irrispettosa, ma allo stesso tempo riesce a calarsi nella parte di una persona dal costante bisogno di una forte amicizia, di un riscontro dagli altri, senza mai perdere, però, l’atteggiamento abituale.

Bravissima anche Kyoko Fukada, simbolo perfetto della ragazza sognatrice, amante del noto stile da Lolita barocca, il cui unico scopo pare essere quello di comprare vestiti presso la nota sartoria Baby The Stars Shine Bright di Tokyo. Svenimenti settecenteschi, le uscite al bar con in cuffia Strauss, ma soprattutto l’incredibile postura da chi è al di sopra di tutto e di tutti, senza riuscirci mai, la rendono incredibilmente simpatica e piacevole, come una bambolina in un mondo che non è il suo.

Kamikaze Girls non è un film da sottovalutare, non è il solito e banale veicolo pubblicitario per una cantante, è infatti ben lontano dalla solita cinematografia cool e dall’estetica da videoclip; riesce invece a fondere il gusto tipicamente giapponese per una iconografia da manga a gag che sfiorano l’inverosimile. La regia ottima e coinvolgente si fonde poi ad una fotografia satura di colori al limite del lisergico. Una buonissima sceneggiatura sorpendente e mai banale su cui tuffarsi, facendosi cullare dalle note della splendida colonna sonora di Yoko Kanno.

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