Kandagawa Wars

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Kandagawa WarsQuanti fiumi scorrono attraverso i film giapponesi. L’elemento acqua al di là dell’essere uno dei cinque elementi base della filosofia giapponese (godai) è una caratteristica fondante dell’estetica. Forse più degli altri aiuta spesso i registi nella resa del mono no aware, il sentimento associato alle cose, alla loro transitorietà. Il carattere effimero degli attimi delle nostre vite, il dovere per forza adattarsi al destino si sostanzia proprio in qualche corso d’acqua lungo il quale i personaggi si trovano a vivere. Il fiume Kanda, piccolo affluente del ben più grosso Sumida, si allunga per 24 chilometri attraversando alcuni quartieri residenziali di Tokyo come Nakano e lambendo Shinjuku. La vita delle due protagoniste, chiuse nel loro appartamento a spiare i vicini dalla finestra, si potrebbe svolgere proprio in questa maniera: Ripetizione, lentezza, malinconia. Tutta quella noia che solo i registi nipponici sanno ritrarre.

Ma questo è un pink eiga. Questo è un film di Kiyoshi Kurosawa e l’ironia vuole che di questa transitorietà interessasse ben poco a quel giovane ed iconoclasta regista. Forse inconsapevolmente, la sua irruenza è all’esatto opposto dell’atteggiamento contemplativo dei suoi colleghi connazionali più o meno contemporanei. Da vero teppista del cinema come soleva essere stravolge tutti gli assetti. Lo scrive addirittura sui muri, citando praticamente tutti i titoli della prima filmografia del suo maestro europeo più caro, Godard, e proprio con quella parte della filmografia che della rottura della quarta parete ne aveva fatto dogma assoluto. Sulla parete della stanza dei vicini non figurano solo i titoli dei film del cineasta francese, ma anche quelli di tanti americani come Howard Hawks, ma è soprattutto al primo che bisogna guardare per trovare i giusti riferimenti. Nelle pieghe di alcuni suoi capolavori come Il Bandito delle Undici (Pierrot le Fou) o La Donna è Donna (Une Femme est une Femme) è certamente nascosto l’humus su cui maturò il giovane Kurosawa, che arriva persino a fare uso della stessa strategia utilizzata ne Il Disprezzo (Le Mepris). Una voce narrante sostituisce i titoli di coda raccontando allo spettatore del cast e dello staff in cui figura gran parte del futuro cinema della decade successiva. Primo, secondo e terzo assistente erano nomi del calibro di Mizutani Toshiyuki (Isola), Shiota Akihiko (Moonlight Whispers, Harmful Insect) e Suo Masayuki (Shall We Dance?). Questo poteva accadere nel Giappone di quei tempi grazie al legame stretto tra la Director’s Company, una sorta di agenzia artistica che girava giovani e promettenti registi a più compagnie di produzione disposte a farli esordire in cambio di economia.

In quella stanza spiata dalla due donne si consuma parte del dovuto pedaggio alla Million Film, che un po’ avventatamente diede fiducia alla produzione di questo astruso pinku. Là, un giovane (Kishino Houen) studia per l’ammissione all’università e quando non studia viene accudito incestuosamente dalla madre. E’ un motivo sufficiente per Akiko (Usagi Asō) e Masami (Makoto Yoshino) per dichiarare guerra ai vicini e liberare il giovane dall’oppressione materna. Da questo pretesto, la dichiarazione di guerra, parte la diversione di Kurosawa da qualsiasi cosa che rimandi al cinema locale. L’invasione di campo ad esempio, quello scavalcamento del limite del fiume prevista nel piano, si chiama Red River come il western di John Ford e prevede la strategia finale Kissu De Korose! che è il titolo giapponese del noir Kiss Me Deadly! (Un Bacio e una Pistola) di Robert Aldrich. Tutto serve a ricordare che questo è un film di rivolta. Persino l’intromissione musicale di Godardiana memoria in cui madre e figlio cantano la versione giapponese Kawa wa Yon de Iru (河は呼んでいる) del classico di Guy Beàrt L’Eau Vive, colonna sonora dell’omonimo film francese del 1958, serve alla causa. Rimane giusto il sesso disseminato ovunque in maniera goffa e comica e del tutto indolente da parte delle protagoniste, che si rifiutano di lavorare o di aderire per l’appunto all’ordine precostituito di cui fa parte anche quella famosa riservatezza giapponese. Lo si potrebbe pur chiamare pink eiga se si vuole, ma di fatto è punk.

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