Kani Goalkeeper

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,50/5: 2 voti]

Un granchio portiere, esatto. Dopo il “calamari wrestler” e prima del gatto cuoco di Pussy Soup Minoru Kawasaki continuava la sua strada di tokusatsu laterale farcita di collisione tra creature di fantasia con resa pop e essere umani live. C’è però uno scarto fondamentale in questo film. Se negli altri titoli citati (e in Executive Koala) la compresenza dei due universi era naturale e avvertita senza traumi dagli altri essere umani, in questo film probabilmente per la prima volta nella carriera del regista viene posta in testa una giustificazione scientifica per quanto esile; lo scombussolamento della terra e varie alterazioni portano allo spiaggiamento di questo gigantesco granchio bipede e parlante. Solo di questo; a differenza di altri film, infatti, il crostaceo in questione è l’unica creatura fuori dimensione e come eccezione mostruosa sarà avvertito dagli altri esseri umani. Ma in una maniera il più delle volte molto sobria in una sorta di evocazione di confronto tra etnie che include anche un’incredibile love story “interracial”.

Il granchio viene adottato da un bambino ma i suoi genitori vogliono cucinarlo per poi offrirlo a dei politici locali. Così si da alla fuga, lavora come barista, aiuta ragazze di campagna truffate dalla grande città e infine trova impiego in un bordello dove è atto alla produzione di bollicine. Dopo una buona ora di delirio, sarà scoperto da un allenatore e porterà scompiglio nel campionato di calcio. Il suo punto debole è essere aperto e svuotato della sua “polpa” il che lo rende decerebrato e quindi totalmente inoffensivo. Nel finale in stile Shaolin Soccer i grandi effetti speciali digitali del film di Hong Kong sono risolti con alcune rudimentali e economiche trovate ottiche.

Identico come resa a tutti gli altri film del regista è un oggetto che ha praticamente pochissima rilevanza tecnica, tra una regia strampalata e sgrammaticata e una resa visiva decisamente cheap. Ma è l’universo eretto dal regista, come nelle sue altre opere, ad ipnotizzare di fronte a tanta sfacciataggine ma al contempo genialità. Il regista chiede allo spettatore uno sforzo immane nell’accettare determinate premesse narrative portate avanti poi da degli effetti così naif, ma il contesto generale riesce ad ipnotizzare e a far accettare con una impressionante naturalezza ogni scelta narrativa anche quelle più intime nel rapporto tra la creatura gommosa e gli umani di turno. Il legame con l’universo tokusatsu inoltre è rafforzato dalla presenza nel cast di Hiroshi Fujioka, ovvero l’attore che interpretava il primo Kamen Rider nella omonima serie TV. Un altro tassello quindi di una carriera coerente e paradossalmente autoriale che, a fronte di budget minuscoli lascia da parte un lavoro rigoroso sull’immagine per abbracciare in toto la creazione ed espansione delirante di uno sconsiderato e dolce universo personale.

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