Karate for Life

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Ultimo episodio della saga di Masutatsu “MAS” Oyama, nonché quello più debole dal punto di vista della storia che non progredisce di un passo da quanto già narrato nei precedenti capitoli.
Il finale del secondo film lascia intravedere la crescita marziale/spirituale del protagonista, crescita totalmente dimenticata, anzi furbescamente accantonata in questo capitolo dove situazioni prevedibili e fini a sè stesse si susseguono prive di una continuità ben precisa, con personaggi che spariscono e ricompaiono all’improvviso senza una spiegazione logica.
Oyama è tornato a frequentare i bassifondi al soldo della Yakuza, ancora una volta assistiamo alle sue faide con le scuole rivali di karate, il tentativo di farsi strada in un mondo moderno, un mondo che ha scordato l’antico codice del bushido, o forse è Oyama ad essere fuori tempo?
Domanda che serpeggia inquietante tra le pieghe della storia narrata in tutta la trilogia, e alla quale (tra l’altro) non si da risposta.
Le circostanze portano il nostro eroe a Okinawa, dove insieme ad un wrestler famoso ed un judoka dall’indole intemperante, si esibisce in incontri di lotta truccati.
Ben presto lo spirito nazionalista di Oyama prende il sopravvento rovinando il business, dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto la sua integrità morale sia d’ostacolo in una società che s’ispira al modello capitalista. Ogni riferimento è puramente casuale.
Amareggiato, Oyama si tuffa in una vita fatta di espedienti al limite della legalità, accompagnato da una banda di orfani di guerra dediti alla truffa. Ben presto s’instaura un rapporto padre/figlio, tradizione/modernità, fondamentale per lo svolgimento e la conclusione di questa trilogia, il tutto ovviamente subordinato alle necessità exploitative di sceneggiatura.

C’è una frase che riassume in modo esplicativo il pensiero e le contraddizioni di Masutatsu “Mas” Oyama: “La giustizia senza potere è nulla, il potere senza giustizia è solo violenza!”

Frase che viene puntualmente contraddetta in tutti i film della trilogia: infatti il più delle volte i combattimenti di Oyama sono solo manifestazioni di superiorità marziale, il fine è spesso secondario: a meno che spaccare la testa a dei tori o estirpare occhi a orsi sia il simbolo di una giustizia applicata.
Come dicevo, spesso si ha la sensazione che Oyama fatichi a trovare una propria linea di condotta, un “modus vivendi” che faccia coincidere lo spirito del lupo che lo possiede, con l’accettazione delle regole sociali. D’altronde, è vero che un lupo come Oyama può essere solo un capo branco, colui che dà ordini e non si sottomette alle leggi degli altri, se non a quelle del più forte: ed Oyama è il più forte!
Accantonato ogni riferimento agli opening credit dei film di Liu Chia-liang, i titoli di testa questa volta “omaggiano” il Piccolo Drago, in particolare Fist of Fury (Dalla Cina con Furore, 1972). Vediamo Sonny Chiba battersi contro cento avversari in una palestra. I nemici dopo la manifesta superiorità dell’intruso cercheranno di batterlo scorrettamente gettando dell’olio per terra, mossa inutile poiché il nostro eroe userà i corpi dei caduti come appoggio sul quale muoversi e combattere.
Quella che generalmente avrebbe potuto essere la scena madre di un film di kung fu, ci viene data in pasto all’inizio, frammentata dai titoli di testa. Ad onor del vero l’efficacia stessa viene amplificata dai freeze-frame, che ne aumentano l’impatto visivo.
Il fatto divertente/anomalo è che il protagonista non sfida i karateka per vendicare il maestro morto o una qualche ingiustizia, ma per dimostrare la propria superiorità nelle arti marziali, disonorando al contempo il dojo ospite, e il suo sensei Yonajima (il solito Ishibashi Masashi).
Si delinea in questo ultimo capitolo un personaggio antieroico, lontano anni luce dai classici eroi virginali del cinema di Hong Kong. Oyama è pronto a morire pur di dimostrare la propria superiorità, figlia di un passato in cui il karate era l’arte pura del combattimento, e non un balletto (frase che viene ripetuta come fosse una sentenza più di una volta nei tre film).
La figura di Oyama è una delle tante maschere antieroiche della vita artistica di Chiba, basti pensare al personaggio di Tsurugi “Terry” Takuma della celebre trilogia The Street Fighter (1974) o al l’infallibile killer di Golgo 13 (1973), per non parlare del poliziotto infiltrato scavezzacollo del dittico Yakuza Deka e Yakuza Deka: The Assassin (1970).

Nella fase finale del film torna l’omaggio a Bruce Lee, nella fattispecie Enter the Dragon (I Tre dell’Operazione Drago, 1973) con tanto di duello nella camera degli specchi.
Oyama, accompagnato dall’amico judoka Fujita, penetra nella fortezza del cattivo di turno (il malvivente che organizzava incontri truccati) e compie un massacro.
Come nella migliore tradizione ad aspettarlo troviamo le solite guardie armate-carne da macello, e il “Boss finale” per il duello nella sopraccitata camera degli specchi.
Ma non è finita, dal nulla ricompare anche il sensei Yonajima (sconfitto nell’incipit iniziale) deciso a vendicarsi. Un film con Sonny Chiba che si rispetti deve per forza concludersi con un Ishibashi Masashi massacrato di botte!!!

La regia di Yamaguchi, complici le coreografie del team di Sonny Chiba, raggiunge l’apice artistico/creativo della trilogia nella sequenza iniziale della palestra. Un uso pressoché perfetto di camera a mano e ralenti, coadiuvati da un montaggio cinetico di inaudita potenza visiva, regalano allo spettatore una sequenza da tramandare ai posteri. Episodio che vale da solo la visione del film e che meglio raccoglie lo spirito dell’intera operazione.
Si conclude l’avventura di Chiba/Yamaguchi fautori di una saga indubbiamente fondamentale per capire il cinema di genere giapponese di quel periodo, cinema che  a pari del nostro riusciva a mescolare gli stilemi classici dei b-movie con quelli prettamente “autoriali”.

“There is no end to my way of Karate”.
Masutatsu Oyama.

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