Kichiku Dai Enkai

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

Pensando all'”Asama-Sansō incident”, evento reale portato sullo schermo con successo da Wakamatsu Koji nel suo United Red Army, Kumakiri dirige il suo esordio nel lungometraggio producendo l’elaborato finale di laurea presso l’Accademia delle Arti di Osaka (v. intervista al regista). L’evento di cronaca non è ripreso nei suoi dettagli specifici ma di questo ne adotta gli umori del tempo, e la deriva delittuosa dei personaggi in preda a sfoghi privi di ogni controllo razionale.
Sullo sfondo di scontri in piazza e di un periodo sociale instabile un gruppo di ribelli vive in un appartamento. Il leader del gruppo è in prigione e in attesa della sua uscita ha posto a capo la sua donna, squilibrata che utilizza il sesso come elemento di coesione del gruppo composto da soli uomini. Il suicidio in prigione del ragazzo porta alla deriva della gang che trasferitasi in un bosco per giustiziare un traditore annienta la propria esistenza in un massacro delirante ed estremo.
Esordio tellurico quello di Kumakiri che poi virerà la propria carriera in territori parzialmente più concilianti ma che in questo primo film non risparmia nulla e si incanala negli esordi propri di tanti giovani registi sovversivi e pestiferi pregni di quell’ormone spietato e trasversale ai temi del sesso, della violenza e della politica.
La prima mezz’ora abbondante, infatti, non lascia presagire nulla di quello che si paleserà nella seconda parte. Bassa qualità, luci spesso naturali, macchina a spalla e trucchi a volte poco speciali (tanti calci sferzati agli attori e il vomito emesso, ad esempio, sono reali). E poi l’estremo; sesso ripetitivo ai limiti dell’esplicito, abusi paranoici e ciclici (nello stile, per fare un esempio, del successivo Martyrs) e sequenze ultragore (teste esplose, peni estirpati, vagine pugnalate). Si arriva sul finale a seviziare una ragazza con un fucile a canne mozze mentre su una parete sullo sfondo troneggia la bandiera giapponese. Non si urla sicuramente al miracolo per la bravura degli attori, ma sicuramente per il loro coraggio, pazienza e ostinazione nel calarsi nei personaggi, reggere sequenze dure e nel subire temperature e abusi parzialmente reali.
La fama del film è rimbalzata, amplificata in occidente dove solitamente ogni film dai contenuti estremi (e magari di esotismo di origine asiatica) riceve sempre comunque distribuzioni adeguate (v. l’edizione inglese Artsmagic carica di bonus), dopo un passaggio e un premio ricevuto al “nostro” Festival di Taormina.

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