Kikaider Reboot

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

E finalmente la Toei decise di utilizzare un altro approccio nel portare in sala i noti eroi delle serie Tv. Fino a quel momento poco o nulla cambiava nel passaggio dal piccolo al grande schermo, il tutto era indolore, ciclico. Anche perché di solito arrivavano in sala i film di eroi che allietavano gli schermi televisivi per un anno intero, ovvero la durata media di una serie classica come Kamen Rider o i sentai di turno. Anche nei vari reboot o omaggi a vecchi personaggi più o meno rimessi a nuovo (Gavan e i Metal Heroes, ad esempio, o Inazuman e altri rispolverati di recente) il processo di adattamento si era adagiato sulle stesse linee produttive e qualitative. Per Kikaida, invece, si è deciso di produrre un vero e proprio film, con un budget più corposo e quindi dall’aspetto più competitivo, con un regista di maggiore caratura (a suo agio nel genere avendo già diretto un titolo come Shinobi), e con una sceneggiatura più complessa. E di vero reboot si tratta visto che alcuni degli elementi propri della saga sono stati ripensati e aggiornati pur non sottraendo nulla di quello che era stata inizialmente la storica serie Tv degli anni ’70. Uno spettatore casuale si potrà senza dubbio divertire ma sono i fans che già conoscono l’epica e la mitologia dell’opera a potersi eccitare di più.

Il programma Ark è fortemente voluto dal ministero della difesa giapponese e ha come obiettivo la costruzione di androidi da inviare in zone a forte rischio (principalmente nucleare) per salvare vite umane. Visto che questi robot non sono quindi destinati all’industria bellica, il Dr. Kohmyoji ha deciso di inserire nel suo prototipo (il Kikaida del titolo) un dispositivo della coscienza che una volta attivato impedisce alla creatura di compiere atti negativi e lesivi verso gli esseri viventi. Il ministro inoltre ha invitato dagli States lo scienziato Gilbert Kanzaki uomo in forte competizione con il dottor Kohmyoji. Il Dr. Kohmyoji muore misteriosamente non prima di aver affidato a Kikaida la missione di proteggere sua figlia e suo figlio nel cui corpo è nascosto il progetto del robot. Lo scienziato Kanzaki viene promosso al ruolo di Dr. Jill mentre diviene palese l’obiettivo del ministro aiutato da un’avvenente androide femminile (la Mari/Bijinder della serie), ovvero di mutare il progetto “Ark” in “Dark” e produrre robot a scopo bellico. Il senso di inferiorità professionale del Dr. Jill fa si che decida di impiantare il proprio cervello all’interno di un nuovo androide, Hakaida che partirà verso lo scontro frontale e la sfida contro Kikaida.

Quindi ci allontaniamo dai lidi più sovrannaturali con le creature animalesche del passato e ci inseriamo in una sorta di contesto politico più attuale e verosimile. Il Dr. Jill diviene così uno scienziato credibile che muterà poi in Hakaida. Questa la maggiore differenza con la serie dove l’androide era solo un prodotto dell’uomo e non un ibrido. Il Dr. Jill è zoppo e quindi usa un bastone come quello della serie ma non è questo ad essere utilizzato come flauto onde turbare il meccanismo della coscienza di Kikaida. Questo potere sarà emanato da un arto dello stesso Hakaida, producendo però lo stesso effetto sonoro avvitato di allora. Stessi personaggi, stessa associazione nefasta di allora (la Dark) e cast perfetto a partire dall’attrice Maryjun Takahashi (Mari) che fonde nel suo corpo avvenenza, talento e ambiguità, possedendo una fisionomia particolare dovuta alla propria origine mista tra giapponese e filippina. Ottima anche la scelta del protagonista, Jingi Irie nei panni di Kikaida, monolitico e magrissimo in modo da rendere più accettabile la successiva mutazione in robot senza avvertire quello strano effetto di proporzioni anatomiche sballate dovute all’armatura indossata. E infine piacevole e obbligatorio cameo di Ban Daisuke, il Kikaida originale.
Aggiornata la trasformazione dove il passaggio da umano a robot è ottenuto tramite una sorta di proiezione tridimensionale sopra il corpo e conferma sia del look del personaggio che della chitarra che sul finale l’eroe si troverà a suonare con la stessa melodia di allora in chiave leggermente più elettrica.
Il legame con il passato è evocato anche dalla “cultura” del robot immagazzinata dal suo creatore e che si ferma agli anni ’60 e ’70 con relativa citazione della band YMO e del gruppo dei The Drifters.
Il character design è dignitosissimo, con quello di Kikaida quasi in stato di grazia e quello di Hakaida -più difficile da realizzare a causa di una mitologia alle spalle più intoccabile- nonostante tutto rispettoso anche se più vicino alla controparte fumettistica e animata piuttosto che a quella della serie e del film di Amemiya.
Il film in sé è di qualità alterna, molto personale nella fotografia coloratissima e in scontri marziali abbastanza ispirati, con un finale astratto in cui il classico colpo finale”the end” dell’eroe vira la resa visiva in un tripudio di colori e visioni simile, fatti i debiti paragoni, allo scontro tra teste del finale di Blood of Rebirth di Toyoda.
Non possiede l’epica, la crudeltà e l’”impopolarità” dovuta al costrutto politico di Mechanical Violator Hakaider, attenendosi su un versante più pop e commerciale.
Per i fans dell’epopea però questo reboot non può che rivelarsi esaltante visto che tutto quello che doveva esserci c’è. Si, anche la sigla storica originale risuonata e cantata per l’occasione e posta durante i titoli di coda, accompagnata da foto di scena delle due serie live action. Un doppio finale e la scritta “Kikaida: Reboots” (si, con la “s” finale) aprono le porte in maniera esplicita ad un probabile (?) sequel.

CONDIVIDI: