Kilimanjaro

Voto dell'autore: 3/5
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Sono arrivato come il vento
ma non me ne andrò come la rugiada.
Devo lasciare una traccia della mia vita

(da “La pantera del kilimanjaro”)

KilimanjaroOh Seung-wook (già co-scrittore di Green Fish — e si vede — e Christmas in August, qui al suo esordio registico) oltre a richiamare una popolare canzone coreana, con questo titolo suggerisce anche la presenza di prospettative e immaginari escapistici; inoltre il kilimanjaro porta alla mente immagini di bellezza selvaggia e solitudine, caratteristiche comuni sia al luogo in cui è ambientato per la maggior parte il film — e non a caso una montagna, il monte Taebaek, fa da teatro all’ultima scena — sia a gran parte dei personaggi.

Un poliziotto (Park Shin-yang, Indian Summer, Hi Dharma!, The Uninvited), in seguito al suicidio del fratello gemello, decide di andare nel paese dove questo ha vissuto e dove c’è chi, incorrendo in uno scambio di persona, lo saluta con nostalgico affetto (Ahn Sung-ki, Nowhere to Hide, Musa, Silmido) e chi invece lo vorrebbe morto. Il perno su cui ruota la trama, tuttavia, sono i rapporti interpersonali, essenziali, sinceri, diretti; rapporti tra uomini, amici, compagni di sventure; rapporti in divenire, fatti di nostalgia e rimpianto, odio e paura, coraggio e debolezza. Il protagonista, in viaggio alla ricerca dell’altra metà del suo io, arriverà alla comprensione/assimilazione del fratello morto solo impersonificandolo, abbassandosi al livello della gente comune, passando così da uno stato d’animo in partenza caratterizzato da superbia e inquietudine, e alla fine da una generosa disponibilità data da forza e serenità.

Una cosa che colpisce di questo film è l’estrema bravura degli attori. Oltre ai ruoli perfettamente azzeccati e interpretati, l’emozione che sanno comunicare e la facilità con cui riescono a provocare l’immedesimazione e la familiarità nello spettatore convincono e intrigano al punto da far propendere per un giudizio spassionatamente positivo fin dall’inizio (almeno in chi scrive), anche senza la visione della nerissima, violentissima, disperatissima e spettacolare scena conclusiva.

Seppure la sceneggiatura non sia scevra di difetti, l’occasionale non addentrarsi dettagliatamente in tutto quello che accade in scena, mantenendo certi elementi in sospeso, dona allo sviluppo della trama un fascino non indifferente, lasciando lo spettatore lievemente dubbioso su alcune situazioni, ma comunque libero di elaborare la propria interpretazione sulla base di un copione piacevolmente maturo.

Si diceva della selvaticità dello scenario naturalistico. Oltre ad una cittadina (Chumunjin), vecchia ma accogliente, la scenografia è arricchita da località sul mare e da candide distese di neve, elemento questo che ha più di una ripercussione sulla simbologia del film (la purezza, l’innocenza, eventualemente macchiate).

Tristissimi e disperati sono i personaggi: tutti, chi più chi meno, connotati negativamente come dei falliti, dei perdenti, gente che ha dovuto rassegnarsi ad accettare le briciole che la vita ha lasciato loro (spesso ricorre la frase “come abbiamo potuto arrivare a questo punto?”, ripresa poi nel finale con un nerissimo significato aggiunto). Tutti, in un modo o nell’altro, confidando nelle proprie risorse, sono alla ricerca di un riscatto, che puntualmente non riusciranno ad ottenere, trovando invece solo frustrazione e rimpianto, e innescando una spirale di avvenimenti carichi di violenza e di pessimismo da cui non sarà possibile fuggire.

Niente va per il verso giusto a questi sfortunati anti-eroi, macchiati da indelebili colpe, condannati da un passato che li ha profondamente segnati e costretti nuovamente a piegarsi ad un destino che, perpetrando l’ineluttabile dramma dell’esistenza, li farà uscire di scena come granelli di sabbia spazzati da un’onda, come rugiada che scompare al mattino, senza lasciare traccia delle loro vite. O forse no?

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