Killer Tattoo

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Killer TattooKiller Tattoo segna l’esordio dietro alla macchina da presa di uno dei registi più importanti della new-wave del cinema thailandese, colui che negli anni successivi avrebbe poi tentato di raggiungere il successo internazionale con February e si sarebbe creato un piccolo esercito di fedeli seguaci grazie alla bellissima e folle commedia horror Buppha Rahtree. Yuthlert Sippapak, dopo una breve carriera come designer (traguardo al quale è arrivato dopo diversi anni di studio alla Silpakorn University, scuola che ha contribuito a formare diversi altri registi come ad esempio Wisit Sasanatieng, autore dell’ormai celebre Tears of the Black Tiger), si sposta in America per proseguire gli studi in materia cinematografica. Al suo ritorno in patria, grazie all’esperienza accumulata, riesce a scrivere e a farsi produrre questa delirante opera prima, un esempio di cinema post-pulp in salsa thai che lascia trapelare diversi di quelli che poi diventeranno i veri e propri marchi di fabbrica dell’autore.

Ciò che più contraddistingue le opere di Sippapak, infatti, è senza ombra di dubbio la sua flessibilità nel saltare da un genere all’altro, pratica che ha contribuito non poco allo sviluppo di quello che sarebbe diventato nel giro di pochi anni il cinema più difficilmente incasellabile dell’estremo oriente. E Killer Tattoo ne è proprio un esempio lampante. Sippapak raccoglie il cinema a grasse manciate, lo fionda dentro un enorme shaker e vi scuote il contenuto per quasi due ore: ne ottiene una miscela d’azione, sentimenti ed umorismo con inaspettate incursioni nell’horror, in un meltin’ pot tanto pasticciato e confuso quanto divertente. I quattro protagonisti sono dei killer assunti da un boss della malavita per far fuori un potente poliziotto. Non sanno che il loro cliente, per sicurezza, ha già assunto un altro elemento per portare a termine il lavoro così come non potevano sapere che l’individuo inaspettato avrebbe potuto complicare loro la missione, facendogli clamorosamente mancare il bersaglio. Tutti e cinque gli assassini si ritroveranno così costretti a fuggire dal boss, che in puro stile Melvilliano si rifiuterà di pagarli e li farà inseguire per ucciderli. Sippapak ha il pregio più unico che raro di riuscire a fondere insieme un mare di elementi banali e già sentiti e di renderli freschi ed originali, immergendo il tutto in un comparto audiovisivo che pesca anch’esso da un immaginario ben specifico: in questo caso siamo dalle parti del videoclip, con un montaggio frenetico ed una fotografia degli interni coloratissima e contrastata, con una certa insistenza nel proporre primissimi piani dei volti degli attori, spesso grotteschi al limite della deformità.

Si, perchè i personaggi di Killer Tattoo sono esageratamente grotteschi, ma allo stesso tempo profondamente umani. Grotteschi per via del loro aspetto buffo e curioso, umani perchè la vita di ognuno di loro è segnata da un problema che nel corso del film cercherà di risolvere: c’è chi non si da pace per aver lasciato la figlia, chi è in cerca della sua amata, chi è perseguitato dai fantasmi del rimorso e chi ha perso la memoria ed è convinto di essere Elvis Presley. Il protagonista, invece, vive una perenne caccia all’uomo dalla quale non desisterà finché non avrà trovato il misterioso figuro tatuato – da qui il titolo del film – che ha ucciso i suoi genitori quindici anni prima. Nonostante la vena comica che percorre il film da cima a fondo (basti pensare al killer che si fa chiamare Elvis, a cui non si può rivolgere la parola in lingua thai perchè Elvis parla solo in inglese!), il respiro melodrammatico di certi flashback riesce a regalare una nuova dimensione ai killer che fino a pochi istanti prima venivano dipinti come dei perfetti idioti. Ed è anche per questo che stupisce la capacità nel distribuire sorprese ed inaspettati colpi bassi proprio quando il tutto sembra volgere in ben altre direzioni. Il fulcro del film sono però le scene d’azione, fracassone e rumorosissime, fatte di proiettili vaganti – che colpiscono chiunque e in ogni dove – di granate e di bazooka. Puro divertissement all’insegna della follia più totale? Forse. Ma non mancano riflessioni più o meno profonde sull’identità dell’individuo e sulla perdita di essa, sull’ingannevolezza dello sguardo e sull’importanza dei ricordi. A fare da contorno al tutto, l’umorismo scurrile e demente in pieno stile thai – che piaccia o meno – incontenibilmente sciocco come da tradizione.

Questo è Killer Tattoo, ennesima bandiera di un cinema votato all’eccesso. Bello? Forse è una parola grossa. Divertente? Questo si, e tanto basta. Allacciarsi le cinture e spegnere il cervello sono parole d’ordine ormai obbligatoriamente legate al cinema di genere thailandese. Sippapak ne è ben consapevole e ne approfitta per condire il tutto con effettacci sfacciatamente pacchiani, scimmiottando addirittura Matrix in una scena in cui il protagonista evita un paio di proiettili. Lo scopo? Divertire, ovviamente. E a proposito di divertimento, tra i protagonisti spicca l’onnipresente e simpaticissimo comico Mum Jokmok, che raggiungerà il successo definitivo pochi anni dopo con Ong Bak e The Bodyguard (quest’ultimo da lui stesso sceneggiato e diretto), qui al suo primo ruolo su grande schermo. Costantemente sopra le righe, Killer Tattoo è pura e rutilante anarchia cinematografica, un esordio col botto per uno degli autori più imprevedibili del momento, rigorosamente riservato ai soli che ritengono di avere il coraggio a sufficienza per affrontarlo.

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