Killer Toon

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Killer ToonParte bene Killer Toon, talmente tanto bene che alimenta un po’ le speranze di chi le ha perse nei confronti dell’horror asiatico in questi anni. Ogni estate la Korea riversa sul mercato diverse produzioni per spaventare gli spettatori, evidentemente avvezzi all’intrattenimento facile in quel periodo dell’anno. Per questo si tratta spesso di produzioni ricche, ma dal dubbio spessore autoriale. Nella fattispecie abbiamo un emulo parziale delle tante riduzioni da comics americano, che hanno invaso anche i mercati asiatici, e che prova a declinare in termini di paura i continui scambi tra tavola illustrata e pellicola già trattati altrove. Così funziona il primo omicidio che prende vita dalle pagine disegnate dalla bella autrice di mahwa Lee Si-yeong (Kang Ji-yoon), già vista nel fortunato How to Use Guys with Secret Tips. Incomincia però a tentennare sul secondo e quando la storia prende le sembianze di una semplice scusa per continui spaventi senza alcuna logica, ma per gusto di accumulo, ecco che arriva la classica diluizione del narrato da parte degli sceneggiatori coreani. Tutto diventa lineare nella tradizione dell’horror investigativo, ma con quei tocchi di caratterizzazione tipica delle produzioni locali con personaggi lievemente sopra le righe che fanno rimpiangere i poliziotti buontemponi del nostro Argento.

Rientra infatti in questa categoria il poliziotto pigro, ambizioso e sciocco interpretato da Eom Gi-joon. Dopo mezzora di film sia lui che i suoi colleghi hanno accettato che i fumetti stiano prendendo vita nel reale e la storia esile di damnatio memorie della coprotagonista fantasma è davvero priva di alcuna empatia per poter suscitare l’interesse dello spettatore. Certo il comparto effetti speciali lavora bene, ma si fa presto l’abitudine anche all’abusato meccanismo di sogno nel sogno nel sogno adottato dal regista Kim Yong-gyoon. Una vera e propria involuzione per lui che aveva dato buona prova nel genere con The Red Shoes qualche anno prima, visto che il suo buon stile viene stritolato dalla sceneggiatura. Quello che emerge dal solito lungo, reiterato e intricato finale a cui ci hanno abituato gli horror coreani è il ritratto di una società pessimista, che forse bene si adatta alla tecnologica rampante nazione. Trattato però con questa superficialità, serve a ben poco però. Se il termine di paragone lo si fa con l’analogo cinema nipponico di qualche decennio precedente, che scavava nella solitudine che solo una megalopoli asiatica ti sa regalare, allora questo cinema ne esce a pezzi. Di sicuro la Korea che ha prodotto alcuni degli autori più interessanti nella decade appena passata, merita di molto meglio nel suo cinema di genere, che dei meri fabbricatori di artifici narrativi e visioni retoriche, se non propriamente affabulatorie.

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