Killing

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Il percorso stilistico di Tsukamoto è un flusso costante e coerente, in perenne mutazione, composto da segmenti riconoscibili e profondamente incasellabili.

La prima grande muta della pelle del regista arriva probabilmente con il passaggio al digitale, abbastanza indolore perché perfettamente coerente con l’approccio personale dell’autore (Kotoko) o perché premiato da una produzione sopra la media (Nightmare Detective).

Dopo Kotoko, sorprendente entr’acte di carriera, Tsukamoto passa a due film in costume, seppur ambientati in epoche differenti. Il mutamento coglie anche altri aspetti però: il giocare macroscopicamente e comunque sopra la (propria) media in esterni e l’adottare un approccio verosimile alla narrazione.

Scelta che è andata quindi a influenzare opzioni fotografiche più banali o comunque usuali. Lontane anni luce per dire dalla furia monocroma di A Snake of June o da quella funerea di Vital.

E da questa scelta il suo Fires on the Plain ne esce stritolato, maciullato da cromatismi ad alta nitidezza, probabili figli di un digitale nuovo che il regista non ha ancora metabolizzato e che offre acidissimi “verdi” televisivi. Inutile poi fare paragoni con il capolavoro omonimo di Kon Ichikawa girato 60 anni prima. Tsukamoto regala un’ottima prova ma in cui per la prima volta qualcosa a livello visivo inizia a scricchiolare.

Le prime inquadrature di questo Killing, in cui i due protagonisti si allenano con la spada all’aria aperta, trasmettono drammaticamente la stessa sensazione di un digitale inefficace nel momento in cui non se ne possegga la totale gestione, in virtù delle logiche dinamiche meteorologiche.

Fortunatamente il film si “raddrizza” in fretta e da lì in poi riesce a muoversi in un profluvio di scelte stilistiche e visive perfettamente coerenti con il talento del regista.

Killing è un film minore in cui Tsukamoto gioca sulla difensiva. Un pugno di attori, due location, un’idea forte, una brevissima durata.

Dopo la rivoluzione di Hitoshi Matsumoto e del suo samurai senza spada in Scabbard Samurai, Tsukamoto propone un ronin incapace di uccidere.

Ed è tutto qui il film. Un ragazzo, abile nella spada, con grandi sogni, cresciuto in un contesto sociale e storico ben definito che inizia a porsi dubbi sulla cosa più elementare quanto socialmente drammatica.

Ovvio che un tema così sensibile e universale abbia portato il film fino in concorso al Festival del Cinema di Venezia in un’edizione America-europeista in cui il film del regista era in pratica unico rappresentante dell’est del mondo.

Fortunatamente Tsukamoto adotta il tema e ne fornisce una visione intima e personalissima in cui allenta il tiro sui funamboli di una regia febbrile e furiosa tipica del cinema del passato, muovendosi invece sui binari propri di opere più liriche di colleghi giapponesi e non (l’adottare tematiche proprie del cinema bellico in cui la natura fortemente matrigna assume connotati primari è argomento mediamente utilizzato al cinema). A tratti sembra di scorgere per un attimo un film di Shohei Imamura.

Il regista giapponese continua a proporre un cinema vivo, coerente ma ogni volta diverso.

E ogni volta riesce, come in Killing, ad offrire una performance attoriale personale sempre più profonda, sfaccettata e ormai propria dei grandi nomi, forte anche della recente partecipazione al film di Scorsese, Silence.

Ultima colonna sonora per il fedelissimo Chu Ishikawa, braccio destro sonoro del regista fin dagli esordi, scomparso a fine 2017.

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