Kinatay – Massacro

Voto dell'autore: 4/5
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La sensazione è quella dell’avvento dei grandi terremoti; qualche scossa lieve, alcune più potenti e poi il picco massimo e distruttivo. Così è il cinema filippino contemporaneo. Segnali inequivocabili di qualità e di vitalità a 360°, dai blockbuster ipereffettati (Resiklo, Ang Panday…) ai film più piccoli come il tellurico Casket for Rent. Proprio questo ultimo titolo ci sale al cervello annusando il nuovo film di Brillante Mendoza, Kinatay (che significa “mattatoio”, termine adeguatamente azzeccato). Ci si sorprende, ma viste le premesse la speranza in effetti c’era di avere prima o poi altri film di questa pasta. Kinatay non è cinema classico nell’accezione più “umana” del termine ma una vera e propria esperienza traumatizzante, libera e geniale. Non è tanto il cosa ma il come, anche in questo caso. Il regista fa di tutto per mostrare una normalità dell’evento, una normalità che paradossalmente riempie la testa dello spettatore di interrogativi sul perché e sul dove tutto questo turbine di “male” stia andando e portando. D’altronde abbiamo una mezz’ora buona iniziale di matrimonio, parenti, colori e luci. Ma il tutto è annaffiato in una Manila lercia, raramente mostrata in questo modo (tale da sembrare una Hong Kong degli anni ’70), surreale (con delle  majorettes in mezzo alla strada e un allucinante circo degli orrori umano), alternata ad un’inspiegabile epopea di un suicida in cima ad una “torre” e con la partitura audio dell’ambiente schizzata ad un volume altissimo, con i rumori dei veicoli che formano un muro sonoro industriale di potente efficacia emotiva. Il trauma è ancora più ampio quando si passa a raccontare la notte del novello sposo, poliziotto cadetto, pieno di sogni e onestà che si trova, per fare carriera, a seguire i sui superiori, vera gang atta alla ricettazione, rapimento, stupro e massacro seriale.

In questo punto della narrazione il regista smette di utilizzare le luci artificiali e l’ellissi temporale. Ecco che uno stato di insopportabile paranoia si impossessa dello spettatore che cerca –invano- di decifrare in mezzo a decine di minuti di sottoesposizione fotografica i vari abusi efferati nei confronti di una prostituta, mentre nulla dei gesti del ragazzo vengono tagliati in montaggio in favore di una ripetitività angosciante e a tratti insopportabile (la ricerca nel casolare di sacchetti di plastica in cui infilare le parti del corpo smembrato viene mostrata tramite l’apertura di TUTTI gli sportelli di una cucina, ad esempio). I gesti del ragazzo, gli indugi, le debolezze, le tentate fughe poi rimpiante, sono i binari a cui si ancora lo spettatore subendo novanta minuti di tour de force morale di rara ferocia. Pur mostrando pochissimo, le improvvise impennate di violenza, specie quando vissuta con una normalità allarmante (l’improvviso e gratuito investimento del cane) si incidono a fuoco nella mente di uno spettatore che necessariamente non può che uscire dalla visione traumatizzato e sconvolto, “gratificato” (o annientato, a seconda da come la si voglia guardare) da un finale perfetto.

Un film basato su un’idea in fin dei conti, lucido e perfettamente giostrato a ennesima dimostrazione di come anche il cinema filippino si trovi a livelli di qualità e potenza emotiva sopra la media. Imperdibile.

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