Kingdom

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A Netflix va riconosciuto l’indubbio merito di promuovere produzioni da ogni parte del mondo. Le quali, tuttavia, vanno un po’ a perdersi nel mare magnum dei cataloghi nazionali. Con il marketing italiano – per esempio – che dà spesso molta più visibilità alle produzioni occidentali, e segnatamente quelle di grande richiamo.

Così, nonostante la presunta “moda” coreana degli ultimi anni, l’anno scorso anche Kingdom, serie che fonde meravigliosamente il dramma storico con lo zombie horror, è giunta da noi un po’ in sordina. Basti dire che tutt’oggi, dopo due stagioni, la serie è disponibile sulla grande N rossa senza un doppiaggio in italiano. Un elemento che, sicuramente superfluo per gli appassionati più “hard”, avrebbe potuto agevolare un allargamento degli ascolti – o mostrarne perlomeno l’intenzione.

Una strategia piuttosto singolare per una produzione originale Netflix, dal budget molto importante (1,78 milioni di dollari a episodio, secondo Variety) e dall’indubbio valore qualitativo. Scritta da Kim Eun-hee (autore del webcomic da cui la serie è tratta, The Kingdom of Gods), per la regia di Kim Seong-hun (Tunnel) e successivamente (dall’episodio 2.2) di Park In-je (Mo-bi-dik, Teukbyulshimin – The Mayor), Kingdom riesce nel – tutt’altro che semplice – compito di assolvere al meglio le sue premesse.

Riesce, cioè, a combinare due generi lontani come il dramma storico e l’abusato filone dell’apocalisse zombie (qui nella variante “infetti corridori” alla 28 Giorni Dopo o, per restare in zona, alla Train to Busan), in modo semplicemente perfetto. Le due “anime” dell’opera diventano di fatto una: e ci troviamo così immersi in un racconto appassionante, nel quale a realistici intrighi e lotte di potere nella Corea medievale seguono, senza soluzione di continuità, violente battaglie per la sopravvivenza contro mostruosi cannibali da film horror.
Nel mondo di Kingdom, queste rabbiose creature diventano cioè parte consustanziale del dramma storico.

Il pilot è un capolavoro d’introduzione seriale. Dopo la sua emblematica ed elegantissima opening, che mostra il funerale rituale del Re trasfigurato dal suo inquietante risveglio come infetto, il primo episodio di Kingdom si apre su due personaggi che, nella notte, si dirigono verso una suggestiva, nobiliare dimora. Il contesto è quello dell’epoca Joseon, e dal dialogo fra i due personaggi indoviniamo un anziano medico e il suo assistente, che si stanno recando a curare nientemeno che il Re.
Il medico ammonisce il suo assistente: non dovrà mai recarsi dal sovrano da solo. Prevedibilmente, un avvertimento così deciso produce proprio il suo effetto contrario. E di fronte a un Re che ringhia come una bestia, nascosto da alcune paratie, il giovane avrà un moto di curiosità di troppo, finendo trascinato e ucciso con violenza.

Noi spettatori intuiamo perfettamente quali siano le reali condizioni in cui versa il Sovrano, spacciate per vaiolo. Ma siamo nel bel mezzo di un conflitto per la successione, e per qualcuno è essenziale che il Re sia creduto malato, ma vivo. Questo “qualcuno” è il crudele Jo Hak-joo (Ryu Seung-ryong), primo ministro nonché padre dell’attuale regina Cho (Kim Hye-jun), apparentemente in avanzato stato di gravidanza. Se costei partorirà un maschio, il primo ministro avrà un legittimo principe con cui portare finalmente il proprio clan, gli Haewon Cho, al vertice assoluto del potere nel Paese.

Per ottenere tale scopo si dovrà scalzare l’attuale pretendente al trono, il giovane principe ereditario Lee Chang, protagonista ed eroe di Kingdom. Il fallimento di una congiura sarà, per il Primo ministro, l’occasione per accusare di tradimento il proprio rivale. Da parte sua, il Principe coglierà la sua fuga dalla Capitale come chance per indagare sulle condizioni del Re suo padre, recandosi con la sua fida guardia del corpo Mu-yeong (Kim Sang-ho) al villaggio del medico di corte.

Lo scenario del villaggio, agli antipodi dell’opulenza della corte, è già apocalittico senza zombie. Una tremenda carestia ha colpito la zona, e la povera gente si ammala e muore letteralmente di fame. Di fronte a questa situazione il giovane e ribelle Yeong-shin (Kim Sung-kyu) prende una decisione tremenda: cucina e serve alla gente – spacciandola come carne di cervo – il cadavere dell’assistente del medico, ricondotto da questi nel villaggio del quale entrambi erano originari.
Una scelta non solo discutibile in termini morali, ma soprattutto terrificante nelle sue conseguenze effettive. La carne, resa infetta dai morsi del Re, fa star male e apparentemente morire gli abitanti del villaggio. Che presto tornano in “vita” come zombie: è l’inizio di un’epidemia che minaccerà l’intero Paese.

Questa è la situazione che il principe Lee Chang, una volta giunto a destinazione, si troverà di fronte. Per il nostro protagonista sarà l’inizio di un lungo e travagliato percorso di crescita. Accompagnato, fra gli altri, dai già citati Mu-yeong e Yeong-shin (quest’ultimo notevole esempio di antieroe… un po’ il Daryl – il personaggio di The Walking Dead – della situazione) e dal medico Seo-bi (Doona Bae), saprà imporsi quale modello del (possibile) monarca illuminato. Colui che, pur sempre nel rispetto della tradizione, comprende e lotta a fianco del suo popolo, contro la cieca cupidigia degli aristocratici corrotti.

Se su Netflix c’è un “nuovo Games of Thrones”, non bisogna guardare a discutibili produzioni statunitensi, ma a questo gioiello di serie sudcoreana. Che partendo da un presupposto emblematico – la figura sacra del Re, pilastro della nazione, infetta dalla corruzione di nobili deviati – racconta di un Paese a rischio di autodistruzione, nel momento in cui la comunicazione tra gli strati sociali viene meno.
In fondo, la povera gente in Kingdom è già ridotta a uno stadio bestiale prima dell’epidemia: abbandonata nella miseria e nella morte da autorità (i nobili) totalmente estranee al loro silenzioso grido di aiuto. Non a caso, l’epidemia è avviata da un atto di cannibalismo collettivo (il nutrirsi di un cadavere), prima ancora che il cannibalismo diventi l’istinto di un’umanità (già?) deformata. E sempre non a caso, per sistemare le cose serve un eroe illuminato che sappia riconnettere gli strati sociali: opponendosi all’epidemia, ma soprattutto a chi mette i propri interessi di casta o clan contro il popolo, persino in una situazione così drammatica.

Da un punto di vista tecnico, la serie è realizzata magnificamente sotto ogni punto di vista. Personaggi caratterizzati e interpretati molto bene, intrighi e colpi di scena affascinanti, e una ricostruzione storica impressionante: che ha il suo clou nelle grandi battaglie, in cui sono messe memorabilmente in scena le strategie belliche dell’epoca, con pieno realismo anche contro avversari atipici come le orde di infetti. Sul versante più propriamente horror, splatter e gore non mancano affatto, e l’epidemia è rappresentata attraverso una serie notevole di invenzioni inquietanti.

Sempre a proposito degli infetti, è notevole come la malattia che li determina sia un elemento narrativo incardinato attivamente nella storia. Che evolve, dà luogo a metaforiche scoperte scientifiche sulle sue origini, come circa il passato di alcuni personaggi e della storia del Paese in genere. Diversamente da quanto accade in molte zombie fiction odierne (per esempio il già citato e famosissimo The Walking Dead – vale sia per la serie TV, che per il fumetto), dove l’epidemia è sempre più spesso un aspetto contestuale, di sfondo alle vicende di un’umanità compromessa, tanto che non si ritiene neanche di approfondirne le origini, qui è parte molto più rilevante nella scacchiera degli avvenimenti.

Kingdom è una serie appassionante e riuscita, in cui ogni elemento è posizionato con cura in relazione agli altri; in cui gli aspetti sviluppati nella prima stagione, già convincente in sé, trovano pieno sviluppo in una seconda stagione che è il trionfo del design narrativo. Un’opera di straordinaria pianificazione quindi, che – a voler essere ipercritici – non convincerà gli alfieri del “puro genio” contro l’ingegnosità del mestiere.

Se invece cercate “solo” una serie TV che, rispolverando un vecchio e impreciso adagio, è un “lungo film a episodi” in cui confluisce tutta l’arte e la tecnica della migliore tradizione della Corea del Sud, aprite Netflix e buon divertimento.

La seconda stagione di Kingdom, che chiude un ciclo importante della storia (probabilmente era stata pianificata per poter essere, alla bisogna, quella conclusiva), apre a una terza stagione con un interessante cliffhanger. 

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