Kitaro and the Millenium Curse

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Kitaro and the Millenium CurseLa prima differenza che salta all’occhio facendo un confronto col primo capitolo della saga, è una certa inversione di tendenza in merito alla natura piuttosto infantile che caratterizzava quest’ultima pellicola. Pur restando un film adatto anche ai ragazzi, Kitaro and the Millenium Curse è un’opera leggermente più matura sotto svariati punti di vista: innanzitutto la pellicola è pervasa da atmosfere lievemente più cupe, talvolta addirittura dark, e non ci troviamo più esclusivamente di fronte a quel contesto da fantabosco in cui era ambientato il precedente episodio. Va da sé che l’intreccio si sviluppa in modo diverso, con soluzioni narrative un po’ meno banali e prevedibili, dando l’impressione di un film più maturo, adatto a incantare un target individuabile in un pubblico di teenagers: ne è la prova il fatto che questa volta Kitaro non è affiancato da un bambino e in seconda battuta dalla di lui sorella maggiore, ma da una studentessa liceale alle prese con una maledizione che grava sulla sua testa. È per questo motivo che per attirare anche il pubblico dei più piccini gli autori hanno furbescamente scelto di giocare la carta dell’umorismo triviale, esasperando ancora di più la tendenza già sperimentata in GeGeGe no Kitaro: il povero Nezumi Otoko, l’uomo ratto, si vede costretto a procedere per tutto il film al ritmo di un passo e una scoreggia, scatenando ilarità e spietati dileggi da parte di tutta la giovane platea; immaginiamo quanto possano essere fieri i figli del povero interprete Yo Oizumi di questa sua prova attoriale. Sempre sulla stessa falsariga non si può non citare l’incredibile combattimento tra Kitaro e uno Yokai cervo che, dopo aver sollevato la coda, investe senza tregua il nostro eroe con delle fittissime raffiche di piccoli escrementi ovali a mo’ di mitragliatrice. L’espressione disgustata dell’efebico Eiji Wentz mentre, col volto ricoperto di sterco, cerca di tener testa all’ostico avversario è davvero qualcosa di inverosimile, molto probabilmente un unicum all’interno della storia del cinema (ci si augura). Chiaramente il successo è assicurato; il pubblico è in delirio, la scena diverte e funziona, ma ricorda un po’ troppo da vicino le squallide derive scatologiche nelle quali ormai ristagna la commedia italiana alla Boldi e De Sica, e tutto ciò fa un po’ riflettere.

Indice della volontà di mantenere il film in un ambito un po’ più adulto è anche la scelta di non replicare il variopinto e infinito catalogo di mostri Yokai snocciolato nel primo capitolo: mancano infatti scene di massa durante le quali appaiono per qualche manciata di secondi decine e decine di curiosi spiritelli contemporaneamente. A sostituire queste sequenze troviamo invece una maggior caratterizzazione degli Yokai che godono di un effettivo diritto di cittadinanza all’interno della pellicola in quanto chiamati in causa a pieno titolo dallo svolgimento della trama, rendendo così maggiormente intellegibile  il loro operato agli occhi degli spettatori

Ovviamente anche in questo episodio si fa un massiccio uso di effetti speciali digitali. Sebbene di ottima fattura, talvolta il carattere meraviglioso della loro ostentata esibizione tende a prevaricare su altri aspetti della messa in scena: ciò è particolarmente evidente nelle sequenze di combattimento, nel corso delle quali spesso è impossibile comprendere le coreografie della lotta, penalizzate da effetti speciali spettacolari ma non concepiti per rendere lineare e facilmente decifrabile l’azione mostrata sullo schermo.

Dedichiamo infine due parole anche alla divertente scena di ballo, che supera di gran lunga quelle mostrate nella precedente pellicola per il suo essere un genuino happening in puro stile Bollywood: di punto in bianco la Nekomusume finisce in una trappola in mezzo al bosco e viene catapultata esattamente sopra un palco artigianale dove un gruppo di procioni sta per eseguire, strumenti amplificati alla mano, un pezzo pop-rock. La ragazza gatto ovviamente non potrà fare altro che intonare le parole e mettersi a danzare, mandando su di giri il pubblico… Delizioso!

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