Kitaro

Voto dell'autore: 2/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [2,00/5: 1 voti]

KitaroDopo l’ottimo Yokai Daisenso di Miike, il cinema giapponese continua a lavorare sul proprio folklore fantasy e a celebrare un’operazione di rinnovamento e pulizia di un immaginario per renderlo più appetibile alle nuove generazioni. Nel caso di Kitaro si è presa l’opera grafica del maestro Shigeru Mizuki e si è operata una vera orgia cromatica annegata di digitale in un turbine corale da fiera e passerella per un numero sconfinato di yokai. L’adattamento ha anche azzerato ogni riferimento alle cupe atmosfere horror delle origini del personaggio, facendolo interpretare ad un insipido e belloccio Eiji Wentz, vero tradimento alla figura demoniaca e orrenda del personaggio cartaceo. Il film è un puro spettacolo puerile, adorno di un 3D competitivo che mostra l’estrema avanguardia dei tecnici nipponici nel settore e viene utilizzata prevalentemente per la realizzazione dei numerosi yokai (ma non disdegna anche la riproduzione di particolari ambientazioni e “veicoli”). Il numero delle creature rappresentate è enorme, dal Betobeto San al Bakezori, dai Tanuki allo Hyakume dallo Ittanmomen (utilizzato come mezzo di locomozione, stile tappeto volante) al Kasabake e così via per decine e decine di creature del folklore giapponese.
Il Nezumi Otoko (una creatura topo) ha rubato una gemma che teneva a bada una stirpe di violenti uomini volpe che ora sono a caccia dell’oggetto finito in custodia ad un bambino umano. Kitaro cercherà di difenderlo finendo però accusato dal tribunale degli yokai. Dovrà dimostrare la propria innocenza, combattere i demoni volpe, non prima di un viaggio in treno verso le porte dell’aldilà.
Il film si rivela così una straordinaria opera di intrattenimento, ad alta resa visiva, con una scrittura solida e classica. Fosse così non si tratterebbe di un problema. Il film, rivolto ad un pubblico vistosamente infantile, funziona. Ma rimane un’opera esile e –in parte- inutile. L’operazione svolta non è così diversa da tante altre prodotte ad Hollywood sia nella resa che nella semplicità (dicesi anche stupidità e costruzione meccanica e priva di inventiva) dell’opera. Manca del tutto il tentativo di dare spessore al film o di renderlo comunque un prodotto più maturo, magari capace di fare riflettere, commuovere o accennare una goccia di malinconia come accadeva nel bel film di Miike. Manca in parte anche un senso di magia e del meraviglioso mentre troppo spesso si respira un’aria di cinema occidentale, aroma un po’ stonata per un film basato sulle creature del folklore locale. Qui invece si allenta ogni forma di perturbante, non c’è violenza, non c’è un male palpabile, non c’è una scrittura che non si palesi come costruita meccanicamente in modo annoiato, come accozzaglia di decine di film di successo già esistenti.
Per carità, il tutto funziona alla perfezione, gli effetti speciali sono “gustosi”, ma è tutto qui. Come sovente abbiamo accusato alcuni film hollywoodiani, per rispetto anche stavolta bisogna porre la stessa riflessione per questo film che è e resta un ricchissimo, accecante, bellissimo, perfettissimo, pulitissimo, spensieratissimo, issimo, stupido film per bambini. E nient’altro. Ed è un peccato viste le premesse e il materiale di  partenza. Non mancano ovviamente bei pezzi di cinema come la discoteca yokai e tutta la sequenza musicale ambientata in essa (con echi dei vecchi film di Lucas). Ma assolutamente non basta.

CONDIVIDI: