Kokkuri

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Kokkuri-sanKokkuri è una pratica al limite della leggenda urbana per i giapponesi. Sebbene derivante molto probabilmente dall’antica tradizione spiritista europea della tavola ouija, in Giappone è comunemente considerato un gioco per adolescenti in cerca di brividi. Utilizzando una tavola con incisi kana, numeri e poco altro, proprio come negli esempi di divinazione occidentali, uno spirito dovrebbe guidare il moto di un oggetto sui caratteri per fornire risposte alle domande di chi partecipa alla seduta spiritica. Per semplificare e rendere accessibile a tutti il passatempo è usanza comune scribacchiare su un foglio i caratteri ed utilizzare una semplice monetina da dieci yen. Sembrerebbe davvero una flebile sciocchezza da cui trarre il soggetto di un film, ma Zeze Takahisa più volte ha dimostrato di saper trasportare i suoi spettatori in altri territori rispetto a quelli promessi dai titoli o dalle scarne sinossi.

Noto per essere stato uno dei rinnovatori del genere Pink Eiga, proprio grazie alla lontana relazione tra il suo stile e quello dei suoi colleghi compagni di genere è arrivato spesso all’attenzione della critica occidentale. Alcuni suoi film nonostante siano dal titolo categorizzabili dentro serie erotiche ben note, a base di palpeggiatori sui treni o soapland, sono ascrivibili spesso a una personale autorialità del cineasta, che era perfettamente in linea col cinema giapponese dei tempi in cui venivano fuori. Non è certo mistero che buona parte dei cineasti giapponesi che si affermano poi nel cinema più popolare siano abituati da anni a far gavetta nell’erotico, ma Zeze in sé rappresenta una vera scelta ideologica e oltranzista. Il metodo di selezione dei film da girare era dettato a suo dire dalla libertà che gli veniva concessa durante la realizzazione.

Non si fatica a crederlo, anche guardando un prodotto di genere stretto come Kokkuri, riguardo il quale l’aneddoto vuole che fosse stato commissionato un generico e semplice horror con studentesse. Difficile trovare uno spunto più banale di un giochino praticato da adolescenti, ma è proprio questa inconsistenza che permette alla frammentaria storia scritta da Kishû Izuchi e dal regista stesso di deflagrare in mille direzioni. Come spesso accade nelle loro pellicole tutti i tasselli si sistemano strada facendo completando lacune e rispondendo ai dubbi sollevati dalla visione. Mio (Yamatsu Ayumi), Hiroko (Shimada Hiroko) e Masami (Ishikawa Moe) sono tre studentesse che amano ascoltare una trasmissione radio, quella stessa trasmissione radio condotta da Michiru che altri non è che la copia sputata di Mio. La relazione tra le due, che si presentano agli estremi opposti, l’una virginale, l’altra mangia uomini verrà gradualmente svelata. Spinte dalle parole di Michiru a giocare a Kokkuri-san per puro gioco, si ritrovano così a fare i conti con i fantasmi del passato e dell’indeterminato futuro. Quel che entra nella vita di Hiroko dopo l’invocazione è proprio quell’incertezza, incubo vero che si trova a fronteggiare ogni adolescente. Corsi e ricorsi del karma come avveniva già in altre pellicole realizzate dalla coppia regista/sceneggiatore come Raigyo o Dream of Garuda sono messi a nudo davanti all’occhio dello spettatore. Il vissuto e l’espiazione terrena finiscono per legarsi, trasportando più volte Mio da una parte all’altra del confine tra presente e passato, tra sogno e realtà, tra terreno e ultraterreno. La sua personale storia di bambina sopravvissuta all’annegamento si lega a quella del fantasma della piccola Midori annegata anni prima, che sembra essersi legata a Hiroko dopo essere stata invocata col Kokkuri.

Se Hiroko sia reincarnazione di Midori non viene chiarito, né se sia un doppelgänger di Mio nemmeno, nonostante ad interpretare entrambe sia la stessa attrice bambina. Le suggestioni sono tante, piccoli suggerimenti che però non aiutano a risolvere la sognante sospensione della vicenda. D’altra parte poco interessa a Zeze se non appunto la suggestione stessa, un rapimento sognante dello spettatore che i cineasti di quella generazione avevano nel proprio codice genetico. Come Aoyama che guarda caso scrisse parte di Dream of Garuda per lui, come Kurosawa altro sodale nell’era pinku, come tutti gli studenti di cinema di Hasumi Shigehiro della Rikkyo University l’effetto finale è lo straniamento. Questo stile che fu definito «detached», distaccato, da Aaron Gerow, che si rifiuta di mettere la tecnica al servizio della narrazione rimane ad oggi uno degli ultimi spunti di originalità del cinema giapponese. La cosa si traduceva in un uso preferenziale del campo lungo e nella riduzione al minimo essenziale dei tagli di montaggio, per dare allo spettatore una sensazione di estraneità alla scena e costringerlo allo sforzo di interpretare gli eventi senza doversi necessariamente immedesimare con i protagonisti. L’immedesimazione è per scelta, ma essendo spesso i personaggi di Zeze spettatori di sé stessi, la macchina cinema diventa per lui un sottile gioco di specchi con i loro riflessi incrociati. Il tema conduttore degli acquari che Mio e Hiroko spesso si trovano ad osservare è proprio quel meccanismo di osservazione a cui lo spettatore è costretto e l’acqua altro non è che una superficie riflettente che una volta oltrepassata permette il passaggio tra terreno/ultraterreno o presente/passato.

Nello stesso anno di Cure di Kurosawa, l’anno prima di Ring di Nakata, questo modo di fare cinema presente anche in questa pellicola veniva forse troppo frettolosamente liquidato con l’etichetta di J-horror. Di fatto Kokkuri non è anticipatore di Ring e di tutti quegli horror del periodo, né tanto meno ispiratore di Dark Water solo perché c’è il fantasma di una bambina annegata. Kokkuri è l’estensione di un metodo applicato all’horror, che produceva risultati simili se applicato da altri registi che si muovevano lungo quelle coordinate. Un metodo per cui il genere cinematografico a cui aderire per vendere il prodotto è davvero l’ultimo problema, per cui questo oggetto confezionato da Zeze finisce solo alla lontana per assomigliare ad un horror. Il flebile legame con il genere semmai è da ricercare nella cultura cinefila dell’autore, così non può sfuggire al cinefilo che il rosso acceso della giacca della bimba annegata è quello stesso rosso di Don’t Look Now (A Venezia… Un Dicembre Rosso Shocking) di Nicholas Roeg. E la palla che rimbalza dalle scale nel buio non solo ricorda quella della bambina di Roeg, ma potrebbe essere definita un vero topos del genere a partire da Operazione Paura di Bava o dalla nobile imitazione del Fellini di Toby Dammit. Dire questi due nomi di seguito fa sempre impressione, ma merito a Zeze che riesce ad evocare anche questi spettri, in un prodotto di ere cinematografiche successive e di tutt’altro contesto produttivo. Chiaro che un cineasta così meriterebbe molta più attenzione di quanta attualmente ne riceve.

Volantino promozionale.

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