Krrish

Voto dell'autore: 3/5
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Koi… Mil Gaya era stato uno dei capisaldi del cinema di fantascienza indiano nonostante i propri vistosi debiti verso molti immaginari hollywoodiani. Ottimo incasso e narrazione mediamente delirante e centrifuga, contestualizzata in territorio e cultura. Passano tre anni prima che arrivi un sequel che muta titolo, ambiente e umori interni mantenendo il cast.

I tre anni di attesa devono essere stati anni di brainstorming nell’attesa di un’idea vincente per il proseguo della storia. Ma più che vincente (anche se vincente alla fine lo è stata visto l’ulteriore sequel) si tratta di idea geniale e radicale. Ovvero il mutare un film che fondeva Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, ET e Rain Man gettandoli in un contesto locale, in una saga supereroistica.
I due protagonisti del primo film sono “morti” e il loro figlio (sempre interpretato dallo stesso attore, Hrithik Roshan) è custodito dalla nonna (la madre del personaggio centrale, già vista nel primo film). In Koi…Mil Gaya, infatti, il ragazzo autistico era stato “guarito” dagli alieni che gli avevano dato poteri mirabolanti, poteri parzialmente scomparsi con la partenza della creatura. Ma il figlio in questione li ha ricevuti in eredità, e possiede una forza che ne fa un ragazzo intelligentissimo e atleticamente oltre la media umana. Per questo, sua madre si ritira in un piccolo borgo in mezzo alle montagne, affinché questi poteri non possano essere scoperti e il ragazzino non debba diventare ambita preda di alcuni loschi personaggi che tramano nell’ombra. Ma la scoperta dell’amore fa si che il giovane, ormai cresciuto, segua una ragazza nella grande città. Una serie di coincidenze lo obbligano ad indossare una maschera al fine di salvare innocenti in pericolo. La presenza di un supereroe in città non passa inosservata ai media e sulle sue tracce si mettono alcuni uomini. In passato suo padre aveva collaborato con un magnate per costruire una macchina dotata della capacità di vedere il futuro. Ma il progetto era abortito con la morte dell’uomo in un incendio che aveva anche distrutto il “super computer” in questione. Ora dopo molti anni, questo prodigio tecnologico sembra di nuovo pronto per vedere la luce. E la sua pericolosa strada si incrocia con quella di Krrish.
Il livello produttivo del film è ben più corposo e ricco rispetto al precedente titolo e l’evoluzione tecnica e tecnologica della trilogia ricorda quasi quella del successo dei Dhoom. A livello creativo, ad una prima parte più personale, si contrappone la componente supereroistica che come spesso avviene risulta parzialmente debitrice, specie a livello di character design, di visioni sempre statunitensi. Il pregio è di avere inserito alle coreografie delle sequenze d’azione uno dei più magistrali coreografi hongkonghesi, quel Ching Siu-tung autore di classici del calibro di Storia di Fantasmi Cinesi e Swordsman che offre alcuni buoni duelli e qualche delirante scena d’azione (tra cui una sorta di bowling motociclistico). Poca roba comunque rispetto al suo rinomato talento.
Tutto sommato la parte più agrodolce, fusa all’epica propria del cinema locale regalano un titolo di assoluto intrattenimento nonostante la classica lunga durata. Nel 2013, ben sette anni dopo, sarebbe arrivato un altro sequel.

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