Kung Fu Fever

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Kung Fu FeverLa febbre del Kung Fu nata in occidente con i film di Bruce Lee e alimentata dalla sua premature morte, ha creato una serie di orrori ancora oggi tristemente noti; Kung Fu Fever è uno di questi!
Conosciuto anche col nome di Black Dragon Fever (per via della presenza di Ron Van Clief),  questo infame bruceploitation inizia con le solite immagini rubate dal funerale di Bruce Lee, e prosegue con inserti di una conferenza stampa dello stesso, ridoppiati per incastonarli nel delirante plot.
Come ne Il Colpo Segreto di Bruce Lee (Bruce’s Deadly Fingers, Bruce’s Finger) del 1976, la storia base ruota attorno ad un libro segreto scritto da Bruce Lee, il “libro delle dita” (o “tecniche delle dita”), stile che permetterebbe la supremazia nel campo delle arti marziali.
Tre sostanzialmente sono le fazioni interessate: i coreani, i cinesi ed i giapponesi,  ognuno armato di cattivi propositi, e dopo aver molestato amici/parenti del defunto per scoprire la locazione segreta del libro, il gruppo dei giapponesi (decisamente il più agguerrito) decide di rapire il miglior amico di Lee, ed usarlo come merce di scambio.
A questo punto salta fuori Ricki Chan (Dragon Lee), miglior allievo di Bruce e possessore del libro,  intenzionato a far piazza pulita dei giapponesi, e chiunque gli si pari davanti. Il resto si può immaginare.

La bruceploitation, dopo aver sfruttato l’immaginario che circondava il mondo di Lee, decide di raschiare il fondo infarcendo le avventure dei cloni con fantomatici libri, colpi segreti, allenamenti speciali, super poteri e resurrezioni, in un crescendo delirante e weirdo senza precedenti nel mondo del cinema.
In questo caso la ciliegina sulla torta dovrebbe essere Ron Van Clief, artista marziale di colore che insieme a Jim Kelly è stato protagonista di questa ondata di film, creando un sottofilone che univa la blaxploitation con la bruceploitation.
Nel ruolo di un mercenario, ingaggiato quando nessuno sembra poter sopraffare Ricki Chan, Van Clief non si guadagna nemmeno il ruolo del villain, infatti, già a metà film viene preso a calci nel sedere (letteralmente), e scagliato fuori da una finestra. Bye bye dragone nero.
A differenza di Jim Kelly, Ron Van Clief soprannominato “Black Dragon”, lavorerà solo ad Hong Kong (se si esclude qualche comparsata negli States) in “capolavori” come Black Dragon’s Revenge (1975) e Way of the Black Dragon (1978).
Dopo aver abbandonato la carriera d’attore, Van Clief si dedicherà anima e corpo alle arti del combattimento, sino a creare un suo stile: il Chinese goju, un mix di tecniche giapponesi e cinesi.
Il protagonista assoluto però, rimane Dragon Lee, qui accreditato come Bruce Rhee (misteri della bruceploitation); il muscoloso attore pur possedendo una buona preparazione marziale, è il clone meno assomigliante a Lee, ma soprattutto le sue movenze esagerate, lo fanno sembrare più una caricatura da cartone animato che un esperto nell’arte del combattimento.
Tra combattimenti ed inseguimenti quasi senza senso, in un susseguirsi di eventi da far invidia ad Heroes, si arriva al finale, dove spunta fuori un tizio con una mano indistruttibile, ma Dragon Lee non si lascia intimorire, ed indossata la classica tutina gialla, si tuffa nella mischia deciso a terminare la questione.
Dopo un primo momento in cui non sembra esserci scampo, il nostro eroe si ricorda della tecnica delle dita, e giù di mazzate fino al classico pugno “radiografia” che sigilla con parola fine questo supplizio.

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