Kung Fu Hustle

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Kung Fu HustleCapita (fortunatamente) a volte di rimanere senza parole. Capita di non sapere come gestire quello che si ha da dire e, come in questo caso, un’intera tesi di laurea non basterebbe ad illustrare in modo esaustivo l’intero materiale analizzato.

C’era una volta il buffone di corte e il genio. Il buffone di corte era un ragazzino che scorazzava per i set, con una passione per le arti marziali e una notevole attitudine al cinema. Qualche film timido e serioso prevalentemente polizieschi, poi una sfilza di commedie, diretto da altri all’inizio fino a divenire regista di sè stesso e in breve il mago degli incassi, campione incontrastato della commedia hongkonghese. Magari era sconosciuto all’estero vista la sua ironia di matrice prettamente locale, era considerato un comico un pò così, popolare, con uno stile variabile tra il grossolano e il geniale ma sempre divertente. L’unico suo film vagamente noto era uscito nel mondo tagliato e in Italia aveva avuto l’onore di essere doppiato dai nostri calciatori preferiti. Il suo nome era Stephen Chow Sing-chi. C’era poi il genio cinese, un autore di film intellettuali e socialmente profondi, seriosi, spesso intimisti, noto all’estero e vincitore di festival in tutto il mondo, probabilmente il maestro per eccellenza del cinema cinese. Non faceva molti soldi magari, ma era un autore, millantato da tutti gli intellettuali del globo. Il suo nome era Zhang Yimou. Ad un certo punto entrambi decisero di fare film di arti marziali; Kung Fu Hustle il primo e Hero e La Foresta dei Pugnali Volanti il secondo. C’era una volta il genio e il buffone di corte.

Questo esempio tende a gridare una volta per tutte che è terminata l’era degli autori e della castrazione preventiva del cinema di genere. L’autore ha fatto un film di genere autoriale decisamente brutto, il cineasta popolare ha fatto il capolavoro che offusca in modo addirittura soffocante la definizione di superiorità (anche intellettuale) del cinema autoriale (senza giocare con la semantica, va bene?). Kung Fu Hustle è il miglior film di arti marziali degli ultimi cinque anni. O forse è addirittura l’unico film di arti marziali degli ultimi cinque anni. L’abbiamo aspettato tanto ed ora è finalmente arrivato.
Stephen Chiau prosegue dei discorsi lasciati aperti dai tempi di Shaolin Soccer, quelli sull’identità timida e sociale dei maestri, quella dell’applicazione (adottata poi anche nel film coreano Arahan), quella dei maestri in ritiro perchè il mondo contemporaneo li respinge (riflessione anche cinematografica decisamente attuale), quello delle arti marziali applicate alla vita di tutti i giorni, come filosofia, etica, modus vivendi, estranea dai conflitti e dagli interessi.

Per riuscire a realizzare un film di arti marziali convincente (ed il titolo originale del film, Gong Fu è fin troppo esplicativo dei reali intenti del regista) si appropria del passato, adottando con amore incondizionato ed evidente, immaginari, attori, tecniche, storie, convertendole ad una visione postmoderna filtrata attraverso le capacità del digitale. E in questo caso è davvero incredibile come alcune inquadrature sembrino uscire direttamente da un film degli Shaw Brothers restaurato dalla Celestial, forse anche per merito di quegli stessi attori che resero celebre il filone delle arti marziali negli anni ’70. Non un attore è fuori luogo e il regista con un’umilta esemplare lascia metà film agli altri, facendosi da parte, dimostrando un deciso rispetto e onore nei confronti dei maestri anche in campo attoriale (e in questo senso farà anche di più in CJ7). Ma non è l’unico modo in cui l’attore si rimette in gioco. Nel film si ritaglia il ruolo di un perdente cattivo per scelta, vigliacco, doppiogiochista e arrivista, deviando così dal suo classico ruolo da protagonista buffone. E non per ultimo dà un tono fin troppo duro al film. Il film è una commedia ma Chow non decide di ispirarsi alle vecchie comiche kungfu di Jackie Chan e Co., ma punta al genere più estremo, alla Chang Cheh. Infatti il film è violentissimo, con derive gore; nei primi cinque minuti vola via una gamba, due persone vengono picchiate a sangue, un uomo massacrato a colpi d’ascia e una donna abbattuta con un fucile a pompa. Ma non mancano decapitazioni, corpi crivellati, morti, gatti tagliati in due. Una scelta tutt’altro che commerciale visto che anche un film lindo e inoffensivo come La Foresta dei Pugnali Volanti è uscito negli USA tagliato di alcune sequenze.

Il film è una enorme girandola citazionista. Al mondo c’è chi sa citare e chi no, chi dice di farlo con amore ma non lo fa con competenza. Chow sa citare e con una grande disinvoltura (e spesso un evidente amore) mette in gioco le Gangs of New York (l’inizio), Fukasaku, fino a Just One Look (la finestra con il grosso reggiseno da cui stavolta non si affaccia Shu Qi) e Shining. Una farfalla vola sul titolo del film all’inizio, presagio del finale. Ma tutte le farfalle in precedenza sono state dei vermi come tutti gli uomini prima di divenire maestri, uomini che imparano le arti marziali da manuali “segreti” venduti sovrapprezzo da dei barboni e comprati da un bambino con tutti i risparmi messi da parte per gli studi. E’ questa la genesi di tutti i maestri alla fine del film e non sorprende che il sifu barbone sia in realtà Yuen Chaung-yan (A Heroic Fight) fratello del ben più noto Yuen Woo-ping coreografo del film (e di Matrix, Kill Bill, Iron Monkey, Once Upon a Time in China II…).
Il regista è anche una delle rare persone che utilizza la computer grafica in modo creativo e intelligente senza tendere quasi mai al fotorealismo vera piaga del 3D. La Centro Digital Picture una delle due maggiori realtà del 3D ad Hong Kong (insieme alla Menfond) è responsabile degli effetti speciali.
E poi la tecnica. Come sia potuto accadere resta quasi un mistero, certo che ora i venti anni di carriera del regista si vedono tutti. Una finezza del genere nella messa in scena lascia realmente paralizzati. La gestione del periodo storico ha uno stile grottesco che nulla ha da invidiare ai film dei fratelli Cohen. Finezza è decisamente la parola più adatta per definire la regia di questo film. Ogni inquadratura è una bellissima fettina di cinema, un’invenzione, è stile. Non un ralenti che non abbia un significato ben preciso (a differenza de La Foresta dei Pugnali Volanti dove è utilizzato a caso). Ogni movimento di macchina è un’emozione. Stessa riflessione per la sceneggiatura un vero castello di giochi di incastri e di flirt con lo spettatore. Su tutto domina una colonna sonora e una postproduzione audio magistrale. Se anche un pezzo musicale può apparire pomposo funziona ugualmente; non è il “cosa” ma il “come” in questo caso a fare la differenza. E sfidiamo qualsiasi spettatore a non farsi venire la pelle d’oca durante lo scontro contro i due “guerrieri musicisti”. La musica parte, si eclissa, scompare, si alterna e poi si gonfia, diventa una specie di balletto impazzito (nella piccola e semplice ma strabiliante sequenza al di fuori del manicomio) per poi divenire inno delle danze della Axe Gang.
Perfezione. In appena cinque minuti il film riesce a definire magistralmente, periodo storico, luogo, personaggi, livelli sociali e politici, equilibri di potere e sottobosco criminale.

Ci troviamo in un passato cinese dominato da gang rivali. La polizia è impotente e non fa che intascare soldi e sottostare ai voleri di ogni malavitoso, anche del più basso livello. Su tutte le gang domina la Axe Gang, la più temibile, spietata, formata da centinaia di membri tutti vestiti in modo identico e armati di asce. In un villaggetto periferico e sporco vive un’omogenea popolazione povera ai limiti della fame all’interno della quale passano la vita in ritiro lontano dai fasti alcuni grandi maestri di arti marziali. I due universi prima o poi sono destinati ad entrare in collisione. E poi c’è il protagonista e il suo grasso assistente che vogliono farsi strada nel mondo della malavita. Ci sono due guerrieri (quasi) imbattibili e il più potente combattente del mondo rinchiuso in un manicomio in attesa di trovare un degno rivale da abbattere (o da cui essere abbattuto). C’era poi un bambino dal cuore dolce e un adulto dal cuore di pietra, barboni che posseggono manuali segreti, una coppia di maestri in incognita che hanno perso un figlio nel passato, esperienza che li ha resi duri ed egoisti, e ci sono i colpi segreti tra cui il temibile “ruggito del leone” una mossa segreta tra realtà e leggenda metropolitana. E c’è uno spassosissimo inseguimento automobilistico (ma senza auto[?!]) alla Wile Coyote con finale lirico e caricaturale.
Kung Fu Hustle è la summa di venti anni di carriera del regista, 20 anni di film da cui arrivano decine di stimoli qua digeriti e riproposti.

Note aggiuntive da “dopo visione”: E’ stupefacente come ogni inquadratura serva a qualcosa anche quelle apparentemente di semplice transizione. E il regista utilizza proprio queste inquadrature minori per dare dettagli di interesse fondamentale o significati approfonditi ai piani di lettura più superficiali. Insomma, come al solito ci sono diverse soglie di fruzione, una più vigile formata da dettagli e indizi più profondi, un’altra più distratta che consente comunque di fruire in maniera ottimale del film. Appena Chow arriva al Pig Sty Alley fa tagliare i capelli al proprio boss. Senza mostrare l’intera sequenza parte un ellissi, ossia viene proposta una breve inquadratura sopra la quale si gioca con l’audio del rumore delle forbici in azione, dopodichè si ode il barbiere che comunica che ha compiuto il lavoro. E cosa rappresenta quest’inquadratura di raccordo? Rappresenta un avvenimento apparentemente banale che sta guardando Chow, ossia un ragazzino, sporco e povero, seduto in disparte che legge una rivista (un fumetto o un manuale) davanti ad un armadio con molte altre riviste. Lo sguardo del protagonista è gonfio di malinconia e tristezza ed è quasi incomprensibile il perché in quel momento del film (tant’è che non gli si dà importanza) e viene come risvegliato dalla voce del barbiere. Solo più tardi, quando viene raccontato il passato del protagonista quell’inquadratura assume tutto il suo disperato significato.

Nel finale invece vengono ribadite tutte le teorie messe in scena durante il film. Il confronto tra il barbone e il bambino è il sunto di tutto. Buoni o cattivi, tutti i maestri hanno le stesse radici (ossia tutti metaforicamente provengono dallo stesso barbone che dà loro i rispettivi manuali). La scelta è nel lato al quale si vuole appartenere, quello oscuro o quello luminoso. Qui sorge il libero arbitrio, ma non c’è convivenza tra bene e male, al peggio solo un passaggio da un lato all’altro, ma non una convivenza delle due parti. E il bambino –dopo aver mostrato precedentemente la genesi di Chow- non è altro che una incarnazione metaforica del cattivo del film, The Beast. Quando gli viene mostrato il manuale della palma radiante, quello ossia del protagonista, il bambino mostra indifferenza e fa per andarsene. Ma quando nota tutti gli altri manuali, incluso quello della tecnica della rana il suo volto si illumina. Il bambino inoltre è fisicamente ben caratterizzato; capelli impomatati, viso rotondo e moccoloni che sgorgano dal naso. Quest’ultimo potrebbe sembrare un elemento del tutto privo di importanza, non fosse per il fatto che solo qualche scena prima abbiamo visto The Beast scaccolarsi vistosamente(e al momento abbiamo preso questa azione per una bassa scelta comica). Dettagli, spesso piccoli che fanno grande, grandissimo il film.

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