Kung Fu Jungle

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C’era una mastodontica attesa per il nuovo film di Teddy Chen il regista di Bodyguards and Assassins (2009), successo edito anche in Italia. E c’era attesa anche per la nuova prova nelle arti marziali di Donnie Yen (Ip Man) dopo alcuni titoli tiepidi, in un film che era stato paragonato a grandi classici come Sha Po Lang. E invece non è così. Kung Fu Jungle deluderà gli appassionati dell’uno e dell’altro, probabilmente. Perché se nel precedente film del regista l’arte marziale era innalzata a oggetto wuxia ai limiti del fantasy, votato alla totale spettacolarità, questo film ne diviene invece paradigma della sua essenza più filosofica e atletica. Esce quindi raramente dai binari della verosomiglianza e della spettacolarità fine a sé stessa in virtù di un altro senso. Kung fu Jungle infatti non è un wuxia, non è un fantasy, né un thriller, né un noir, ma bensì un enorme omaggio al cinema hongkonghese di kung fu del passato e al kung fu stesso. Una sorta di aggiornamento di quello che era stato il Kung Fu Hustle di Stephen Chow con esiti allora ben più riusciti.

Donnie Yen interpreta Hahou Mo un maestro di arti marziali in prigione per avere procurato involontariamente la morte di un uomo durante uno scontro. Improvvisamente ad Hong Kong alcuni ex atleti vengono uccisi con modalità simili e a mani nude, ma con diversi stili di arti marziali. Hahou Mo viene rilasciato perché sembra conoscere cosa sta accadendo, l’assassino e le sue prossime vittime.

Kung Fu Jungle non ha attori casuali o personaggi medi. Oltre ai protagonisti, ovvero Donnie Yen, Charlie Yeung (Seven Swords) nei panni di una poliziotta e uno straordinario Wang Bao-Qiang (già visto in azione contro Donnie Yen in Iceman 3D) il resto sono tutti nomi storici, classici e significativi della storia locale del cinema di arti marziali. Il film diventa così una caccia al tesoro nel riconoscere e sorridere commossi di ogni personaggio inserito in un ruolo non sempre casuale. Esclusi i grandi nomi ormai troppo costosi (Jet Li e Jackie Chan, in primis) gli altri ci sono praticamente tutti. David Chiang, lo spadaccino monco, nel ruolo di un cuoco, un monumentale Mang Hoi, compagno di Jackie Chan e Sammo Hung in una stagione d’oro del cinema locale, Fan Siu-wong (Story of Ricky) in una delle scene marziali (metafilmica) più belle dell’intero film risolta a colpi di spada in un set durante le riprese. E poi Xing Yu (lo ricordiamo in Kung Fu Hustle), Yu Kang (si azzuffava contro Yen sia in Iceman 3D che in Special ID), Andrew Lau (il regista di Infernal Affairs), il maestro Kirk Wong (regista di Organized Crime & Triad Bureau), il regista Soi Cheang (Love Battlefield), i coreografi Yuen Cheung-Yan (interpretava il barbone di Kung Fu Hustle) e Yuen Bun (The Blade), il produttore Raymond Chow e Bruce Law, coreografo della più grandi scene automobilistiche del cinema di Hong Kong (e non solo) qui nei panni di un autista di camion. E decine di altri nomi che citare porterebbe questo testo ad una sterile lista. Se anche lo spettatore non riuscisse a coglierli tutti, vengono in soccorso a mò di libro delle soluzioni di un videogioco dei pre titoli di coda che li elenca integralmente inclusi quelli ormai scomparsi e citati in spezzoni di film mostrati (Drunken Master e Seven Swords) o in poster appesi qua e là come quello di Zu: Warriors from the Magic Mountain.
Anche il confronto tra i due personaggi di cui uno che vede la arti marziali come strumento di morte e l’altro in una modalità più genitrice e filosofica rimanda alle visioni spesso opposte e contrastanti tra occidente e oriente.
Il film alla fine non raggiunge vette particolarmente rilevanti né possiede guizzi forti ma l’omaggio al genere esplode con finezza ed efficacia. Su tutto, gli scontri migliori restano quello già citato e il sentito confronto lungo una strada in notturna, sul finale.

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