Kung Fu Mahjong

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Nel primo semestre cinematografico 2005 abbastanza tiepido in quel di Hong Kong è di nuovo giunto Wong Jing a mescolare le carte (o le tessere, è più consono) a tavola. Appena uscito, Kung Fu Mahjong è balzato in testa alla classifica degli incassi superando sia il terzo capitolo della nuova trilogia di Guerre Stellari che film del calibro di Sin City, The Hitchhikers Guide to the Galaxy e House of Wax. L’ennesimo successo di Wong Jing che è ritornato alla sua vecchia formula in modo più radicale del solito. Dare al pubblico ciò che vuole. Un film sul mahjong, vera droga ludica della popolazione locale, un film che parla di gioco d’azzardo e di denaro, un film che rapina forzatamente attori e sequenze dal campione di incassi dell’anno precedente, Kung Fu Hustle, aprendolo e tappezzandolo con una colonna sonora irresistibile, ossia la canzone del mahjong di Sam Hui, intramontabile, un vero inno per tutti i giocatori di Hong Kong. Poteva non essere successo? Assolutamente no. E fa piacere scoprire come ad Hong Kong molte cose non siano cambiate. Girato in sole due settimane, poi gonfiate per dirigere alcune sequenze action, condito di timidi e goffi tocchi di 3D, farcito di uno stuolo di attori famosi e bravi il prodotto è stato assai remunerativo. Sorgono però tutta una serie di dubbi e riflessioni. Come fa Wong Jing a continuare a dirigere film sui giocatori d’azzardo da decenni rinnovandosi ogni volta? E com’è possibile che ogni volta sia un successo? Come ha fatto il suo co-regista a far uscire un altro film lo stesso giorno? La risposta è che Wong Jing è un genio, un calcolatore geniale, produttore meccanico ma mai passivo di prodotti di successo. Wong Jing si vantava di essere un manager, attento studioso instancabile della cultura popolare di massa da cui fagocitava tutti i modelli di successo radunandoli di volta in volta in uno stesso film. Ma forse stavolta si è superato, il citazionismo, autocitazionismo, plagio, auto imitazione, furto improprio diventano un bizzarro gioco di specchi e di riflessi, di rimbalzi folli e speculari di una palla da tennis, forse la stessa pilotata da Theresa Fu nel film. Il risultato ha dell’ipnotico e travolgente, da studiare, una psicologia deforme della produzione cinematografica, un vintage di celluloide. E questo Frankenstein filmico, goffo e barcollante è poi alla fine un bel film o meno? Non si può che rispondere con altre domande. Si può giudicare questo film? E se si, con quali parametri? Occidentali? Asiatici? Universali? Può piacere il film? Può non piacere? E perché? Interrogativi destinati a non avere risposta. Se ne può però forse parlare di Kung Fu Mahjong. Il regista è come al solito essenziale. Non che ogni cosa serva alla  narrazione ma ogni elemento messo in scena è fatto nella sua più rapida essenzialità e prosciugatezza. Un po’ come Sin City ma mentre lì c’era una fastidiosa fretta narrativa qui c’è essenzialità. Secca. Disidratata. Liofilizzata. C’è da ridere? Ecco la battuta diretta e virtuosistica. Serve del melò? Eccovi la protagonista morta in una pozza di sangue. E dopo trenta secondi scordiamoci anche di questo tragico evento e torniamo a ridere. Molti parlano di “cinema fast food” ma non è così. Nei fast food si mangia merda, Wong Jing ci solletica il palato con cibi preziosi, magari ingeriti rapidamente, ma conditi molto bene. Il suo cinema nonostante la furia produttiva e fruizionale rimane sempre un perenne bignami di innovazione linguistica, dotato di una freschezza non comune, fattore non trascurabile.

Certo, l’eccessivo citazionismo può anche infastidire; dagli stessi attori di Kung Fu Hustle, Lam Tze-Chung, Yuen Qiu e Yuen Hua nello stesso ruolo di Kung Fu Hustle, Yuen Qiu che a fine film si trasforma in una parodia di Uma Thurman in Kill Bill per combattere una grottesca Go Go Yubari transessuale e uno stuolo di meccanici folli. E poi Yuen Hua che vola fuori dalla finestra e atterra sfracellandosi a terra con tanto di vaso di fiori in testa e la ragazza dai denti a coniglio e l’intimo rosso (sempre come nel film di Stephen Chow). Continui rimandi alla vecchia passione di Wong Jing, il gioco d’azzardo e i suoi God of Gamblers e Challenge of the Gamesters fino agli All for the Winner. E altre decine di citazioni e rimescolamenti continui e incrociati che nemmeno il regista riuscirebbe probabilmente a ricordare.
Come al solito sono della partita uno stuolo di attricette brave e  belle,  tra cui non si può che celebrare il graditissimo ritorno della ancora oggi divina (e forse più di prima) Jade Leung, ex “woman with guns” della versione hongkonghese di Nikita, Black Cat.
Visto il successo il film è stato rapidamente seguito da due sequel.

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