Kung Hei Fat Choy

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Capita spesso e ciclicamente di sentire tirare in ballo Stephen Spielberg in rapporto alla carriera di Tsui Hark, quando invece il nome del regista statunitense si adatterebbe in modo praticamente epidermico a questo poco noto film di Hong Kong. “Kung Hei Fat Choy”, frase di augurio e di buon auspicio, è il titolo di un film smaccatamente da capodanno cinese, quasi una versione asiatica dei nostri film colmi di babbi natale superstars, con al posto del ciccione rosso con la barba bianca, il Money God locale. Film tipico della Cinema City, la più sopravvalutata delle più sottovalutate realtà cinematografiche hongkonghesi, il film riassume chiaramente i termini di impostazione programmatica della casa di produzione dettati da Karl Maka nel 1986 ai Cahiers du Cinéma:

“Il nostro metodo nasce da un’analisi scientifica molto semplice. Prendete un mercato qualsiasi, Hong Kong, Giappone o Francia, e studiate la lista dei film di maggiore successo. Prima sorpresa: c’è sempre un James Bond. Ma se fai un James Bond di terza categoria, gli incassi te li puoi scordare. Bisogna aggiungere qualcosa per ottenere una reazione chimica. Riprendi la lista e vedi che i film della Pantera Rosa hanno successo dappertutto. Cos’è? Una commedia. Quindi, James Bond più La Pantera Rosa. Manca qualcosa? Bè, certo il kung fu, i combattimenti. Perfetto, aggiungiamo Bruce Lee. Quindi James Bond più La Pantera Rosa più Bruce Lee. Mescolate bene e avrete un grande successo” (1).

Infatti in un solo film riusciamo a trovare fusi insieme un numero elevato e spesso incongruente di elementi di successo di quegli anni, stesi lungo l’impianto narrativo centrale già suo di successo, ossia le vicende di un personaggio noto delle abitudini sociali locali. Così, in 90′ minuti scarsi, abbiamo sequenze d’azione, effetti ottici, commedia, attori famosi, tre finti Ghostbusters, i Masters of the Universe (si, i pupazzetti della Mattel), ed altre strizzate d’occhio alla cultura popolare mondiale. La narrazione praticamente inesistente, si attacca al cast noto e collaudato e si snoda tra due sequenze culto: la prima è una parte musical in cui i pupazzi dei Masters of the Universe cantano e ballano animati a passo uno davanti al castello di Greyskull, accompagnati da un’intera camera colma di giocattoli euforici. La seconda, sul finale vede i tre pseudo Ghostbusters battersi contro uno stuolo di veicoli da guerra giocattolo in miniatura.

L’inizio, la parte più spielberghiana è votata all’evocazione del meraviglioso con la discesa del Money God sulla terra scambiato per un Ufo. Di seguito viene introdotto il classico personaggio del bambino, i cattivi da convertire al bene, la caccia al “diverso” e quindi incompreso, lo stesso “diverso” capitato in un mondo a lui ostile e che cerca di plasmare e mutare in bene  i mali del mondo con i propri poteri, fino al finale, tronfio di gloria e buonismo ma al contempo rivelatore della tendenza smaccatamente capitalista della popolazione hongkonghese.
Se si accusa l’assenza del brano musicale di Sam Hui dedicato al capodanno cinese che avrebbe coronato il film come una ciliegina sulla torta, bisogna notare almeno la recitazione di Alan Tam, che alle prese con le commedie si trasforma in un vero alieno che anticipa di anni la recitazione astratta e ipertrofica di Ronald Cheng.

Money God (Alan Tam) scende sulla terra mandato in punizione dal Dio della Fortuna; gli effetti sono a dir poco evidenti, tra lampioni che si accendono da soli, bagliori arcobalenici in cielo, crateri che si aprono in mezzo alla strada e metropolitane che si trovano a picco nel vuoto. Scambiato per un Ufo si nasconde nel ristorante di Fung (Dean Shek) portandogli fortuna e denaro. Viene però preso di mira dal perfido magnate interpretato da George Lam. Il Dio dei Soldi sacrificherà i propri poteri per salvare la vita di una ragazza (Ann Bridgewater) e di fronte ai fucili laser che vogliono abbatterlo il Dio buono scaglierà una pioggia di monete dal significato simbolico assolutamente tagmemico che causerà un pò di frenesia tra la popolazione locale.

Il risultato finale è un film assolutamente popolare e locale, quindi di interesse limitato, consigliato a chi è privo di pregiudizi o voglia approfondire l’esplorazione del cinema di Hong Kong (o ai fans puristi della Cinema City). Per tutti gli altri Kung Hei Fat Choy non può che procurare effetti ulcerogeni.

(1) Olivier Assayas, “Mak Kar, la formule miracle”, in AA.VV., Made in Hong Kong, “Cahiers du cinéma”, 362-363, 1984, p.86

 

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