Kuntilanak Beranak

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Kuntilanak BeranakIan Jacobs è un volenteroso. A leggere la trama del suo film d’esordio Sarang Kuntilanak ci si ritrova praticamente di fronte alla stessa storia narrata in questo film. I protagonisti, tutti ragazzi al più ventenni, sono sulle tracce di apparizioni fantasmatiche con le loro telecamere. In realtà si può facilmente scoprire che Ian Jacobs è l’ennesimo pseudonimo di Yato Fio Nuala per la Mitra Pictures, noto anche come Nayato per Rapi Films e Koya Pagayo per Indika Entertainment. Quindi non c’è assolutamente nulla di strano che il film sia fotocopiato al precedente ed abbia in comune molte caratteristiche con i film degli altri due “registi”.

Il primo referente occidentale per questo film potrebbe sembrare proprio The Blair Witch Project, ma Kuntilanak Beranak si discosta ampiamente dal lavoro di Myrick e Sanchez. Prima di tutto perché il film non è narrato solo tramite le telecamere dei protagonisti e quindi senza pretese di eccessiva realtà, ma anche con una telecamera esterna che li riprende spesso e volentieri in terza persona. Il passaggio alla prima persona nelle inquadrature è infatti una furberia tecnica dello stesso Jacobs. E’ di fatto una buona scusa per inquadrare di sfuggita tutto ciò che dovrebbe spaventare lo spettatore, tanto che nel finale in cui i ragazzi sono presi dal panico è facile artificio quello di ballonzolare la telecamera a destra a sinistra mentre questi cercano salvezza dalle presenze di una casa infestata.

Il meccanismo descritto precedentemente è abusato fino alla nausea. Lo schema si ripete stancamente: qualcuno si sta riprendendo per commentare le cose, alle spalle passa un’ombra, la telecamera viene imbracciata velocemente, ma l’ombra è già sparita. Se si riesce a sopravvivere a questo giochino il film non è nemmeno male e lo stesso “Jacobs” rendendosene conto lo fa durare miseri 73 minuti.

Chi scrive non nasconde di esser sobbalzato in almeno un paio di scene di spaventi improvvisi e fulminei. Altre cose che si fanno notare sono l’insistenza sulle tre protagoniste femminili, come a dire “la bellezza prima di tutto” e la presenza di un personaggio ritardato che non fa rimpiangere gli omologhi personaggi da film horror americano in quanto ad inutilità. Tenerezza per la porta dietro cui si nasconde il fantasma che è ovviamente quella della stanza 666 e per il titolo exploitativo e senza senso che fa riferimento ad un concepimento da parte della kuntilanak. In realtà la kuntilanak stessa è il fantasma di una donna morta durante (o precedentemente) il parto ed il titolo è stato scelto furbescamente col chiaro intento di voler legare questo agli altri fortunati film sulle sfortunate creature realizzati da un’altra casa produttrice.

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