La Città delle Bestie Incantatrici

Voto dell'autore: 3/5
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Negli anni ’80 il porno si era ormai consolidato come vero e proprio genere cinematografico e l’erotismo poté essere rappresentato sempre più esplicitamente mescolandolo in diversi ambiti e contesti, ovvero anche in film non strettamente legati al fine prettamente masturbereccio.
La Città delle Bestie Incantatrici (Wicked City), diretto da Yoshiaki Kawajiri, è tratto da un romanzo di Hideyuki Kikuchi e unendo differenti generi e tematiche, nasce un’opera d’animazione piuttosto insolita soprattutto per l’epoca. Un thriller splatter, erotico, fantascientifico e d’azione che riflette sulla sessualità, sulla diversità e sul futuro.
“L’era dei computer e dell’alta tecnologia ha cambiato le città e la civiltà in cui viviamo. Abbiamo l’illusione di avere il pieno controllo della scienza e la certezza che la nostra conoscenza sia illimitata… E invece esistono ancora territori d’ombra che non accettiamo o che fingiamo di non vedere”.
Ambientato in una Tokyo alla fine del ventesimo secolo, osserveremo le vicissitudini  di Renzaburō Taki, un umano in conflitto contro i mostri mutanti del cosiddetto “lato oscuro”che deliberatamente non rispettano il trattato di pace firmato tempo addietro.
Il film parte bene (la precedente citazione era la prima parte del monologo di apertura dell’opera) ed è di buonissima fattura; purtroppo però non è esente da difetti. Pur essendoci alla base un soggetto interessante, il ritmo generale e la rilevanza delle situazioni sono fastidiosamente altalenanti. Dopo circa mezz’ora di fruizione ci accorgiamo che tralasciando le scene d’azione è tutto piuttosto piatto per quanto riguarda il piano emotivo e che le personalità dei protagonisti sono alquanto scialbe. L’arrivo del dottor Giuseppe Maiato cerca di dare un pizzico di vivacità ma risulterà ben presto essere più fastidioso che divertente; la torbida atmosfera noir in stile hard boiled strizza forse l’occhio a Blade Runner ma non c’è minimamente paragone; alcune animazioni sono troppo approssimative rispetto ad altre molto più curate (ad esempio quelle riguardanti la trasformazione dei mostri); i dialoghi sono mediocri, talvolta irrisori e si avverte dopo poco come siano d’altri tempi. Ovviamente c’è da dire che l’opera ha oramai quasi trent’anni, ed è anche invecchiata relativamente bene. Ci sono molte invenzioni visive piuttosto ispirate, in particolar modo alcune ambientazioni e le colorazioni di certe scene. Inoltre la regia e il montaggio sono ragguardevoli. La colonna sonora è adeguata e varia, si passa da brani pop alla tipica musica elettronica anni ’80, tracce semi-sperimentali e anche un po’ di jazz.
In tutti i casi è un ora e venti gradevole, riesce a non impantanarsi grazie allo sviluppo di una trama per nulla sciocca e a scuotere lo spettatore con scene erotico/orrorifiche, e con quelle d’azione sanguinolenta. La visione è consigliata specialmente agli amanti del cinema d’animazione giapponese più maturo.

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