Là Dove Volano i Corvi

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Una nave contenente blocchi d’oro affonda “misteriosamente” vicino alla costa e il prezioso carico viene recuperato dai pescatori di un villaggio. Un clan li stermina tutti per prendere il tesoro, in un massacro privo di pietà che diventerà una sorta di evento mitologico attribuito agli dei. Uno dei samurai (Nakadai Tatsuya) però, non riesce a chiudere gli occhi di fronte ad un atto di tale barbarie e lascia il clan. Tre anni dopo, di fronte al prospettarsi di un ripetersi della storia deciderà di confrontarsi con il suo cognato capoclan (Tanba Tetsurô) ora sua nemesi.

Per chi scrive, Gosha Hideo è uno dei più grandi registi della storia del cinema e probabilmente uno dei meno studiati. Stessa stoffa di un Kurosawa con in più quel guizzo e quella riflessione continua sul linguaggio che avrebbe caratterizzato le sue opere più sperimentali. Questo Goyokin (il noto titolo originale) invece per quanto sia uno dei suoi titoli più noti e acclamati è al contempo anche uno dei più classici. Affermazione che ovviamente non va a scalfire la potenza e la inarrivabile qualità artistica del prodotto; rigore, ritmo e quella usuale capacità di infondere in ogni inquadratura una potenza visiva e comunicativa, una ricercatezza e finezza e una forza di scolpirsi a fuoco sulla retina dello spettatore che spetta a pochi e solo ai grandi. Meno del solito magari, ma Gosha continua a giocare con le profondità del campo, con i fuori fuoco, con le cornici architettoniche interne all’inquadratura, con oggetti che coprono, celano, nascondono e quando rivelano lo fanno praticamente sempre con esiti comunicativi.
Al contempo, allontanandosi dall’aspetto puramente tecnico si può osservare un’attenta aderenza del film all’etica del samurai qui sviluppata e esposta con chiarezza quasi didattica. “Sono tre anni che chiudo gli occhi, non voglio più chiuderli”. Questa la riposta di Magobei, il protagonista, a chi gli chiedeva di chiudere gli occhi e dimenticare, onde evitare il peggio. Un uomo che rigetta l’etica del samurai arrivando a metà film a tentare di vendere la propria spada (che in un film chanbara ha valore paritario a quello dell’uomo stesso) mostra che il vero samurai non può lasciare e tradire il clan. Ce lo mostra anche il recente Scabbard Samurai, dove il samurai che ha perso la spada rincorre la morte quanto la dignità del combattente. Magobei è costretto a tornare per non essere per  primo parte di un tradimento maggiore e per compiere l’atto onorevole di fermare la deriva altrui dall’ideale cavalleresco. E l’unico modo è l’uccisione gloriosa del traditore o la morte onorevole attraverso la sua spada. Il duello finale sulla neve, di infinitesimale intensità non sarà probabilmente il primo ma anticipa già tutto quello che il lettore può immaginarsi, dalla L di Lady Snowblood alla K di Kill Bill.
Grande fotografia e partitura sonora con musiche inusuali e straordinarie ma soprattutto cast di elevati livelli che se regala un Tanba Tetsurô di routine e parzialmente inespressivo ci offre una performance di Nakadai Tatsuya tesissima e di altissimi livelli e una Asaoka Ruriko di fulgida bellezza e talento, già attrice in tanti yakuza eiga del passato.
Un classico senza tempo quasi simbolo del genere di cui è stato prodotto un semi remake western negli Usa intitolato Il Giorno del Grande Massacro (Tom Laughlin, 1975).

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