La Farfalla sul Mirino

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,09/5: 11 voti]

Branded to Kill

“Tipicamente un film è composto di tanti elementi che servono ad impressionare lo spettatore. Io li definirei inganni.” 1

E` nascosto nel volto di Mari Annu il segreto del sottile fascino de La Farfalla sul Mirino. L’attrice dai particolari tratti, frutto del mescolamento di geni indiani e giapponesi, è personificazione dello straniamento dello spettatore. Capitò per puro caso in un film del genere appena diciannovenne, in sostituzione di Taichi Kiwako precedentemente scelta per lo stesso ruolo da Suzuki, ma mossa dall’immedesimazione nel personaggio. Nel 2006 in occasione della retrospettiva di 48 film dedicata da Cinema Vera al maestro Suzuki Seijun a cui era intervenuta per presentare proprio questo film, avrebbe dichiarato infatti dall’essere stata attratta al ruolo dai suoi stessi istinti suicidi, che la legavano indissolubilmente alla protagonista e che si presenta con una battuta lancinante come «Sogno di morire.» Allo stesso modo il segreto del film è anche nascosto nel volto di Shishido Jo, fatto di quelle guance gonfiate artificialmente, un po’ imbarazzanti; un’operazione di chirurgia estetica affrontata per diventare più visibile agli occhi degli spettatori e rendersi eterno nel ruolo di «Koroshiya Joe». Una serie di volti che danno spazio al regista per giocare con la luce, con le inquadrature e persino gli elementi atmosferici come la pioggia che finisce per scavarli ulteriormente. Tutto gioca un ruolo nell’attacco frontale di Suzuki Seijun allo spettatore, in una battaglia che ha come tattica principale lo sfinimento dell’avversario.

Ci sono poi momenti decisamente poco chiari nella carriera di molti registi e questo è uno di quelli per uno dalla filmografia prolifica e parzialmente prodiga di successi come Suzuki Seijun fino a quel cruciale 1967. Ricostruire il processo per cui decida ad un certo punto di destrutturare totalmente le classiche storie di gangster che fecero la sua fortuna come quella di altri contemporanei registi è incomprensibile. Questa incomprensibilità, questa assenza di voglia di comunicare, è spesso ignorata dall’apparato critico. Immaginiamo per un attimo sia programmatica. E forse non è un caso che di fianco al suo nome figurino ben altri sette sceneggiatori nascosti dietro lo pseudonimo di Guryu Hachiru, probabilmente indispensabili a generare questo fine gioco di caos controllato, fatto come di echi e rimbombi in una stanza, fatto di battute a sé stanti. Davvero poco conta il peso specifico dei vari Kimura Takeo, Yamatoya Atsushi, Tanaka Yōzō, Sone Chūsei, Okada Yutaka, Yamaguchi Seiichirō e Hangai Yasuaki, ma conta solo il loro rimestare ancor più le agitate acque del noir nipponico contemporaneo.

Comprensibile è invece il licenziamento da parte della Nikkatsu che spinse il regista nell’oblio per una decina di anni, che non c’è ragione che tenga contro la pecunia. La mano libera la si lascia pure in vista di guadagni, per cui il film è pieno di nudi all’epoca rigorosamente censurati e riportati alla luce solo dalle moderne riedizioni. Seni, sesso e violenza, per cui ha ragione Donald Richie a parlarne di riscoperta dei pinku in una intervista rilasciata nel 2005 durante il settimo Osian’s-Cinefan Festival, che da queste parti dovremmo essere sulla sponda del cinema di genere e invece si va abbondantemente oltre. C’è una classifica dei killer, una sfida interna all’associazione per la conquista del primato e invece Hanada Goro (Shishido Jo) passa il tempo ad annusare il riso cotto al vapore come fosse droga, a maltrattare sua moglie e ad inseguire la bella Misako (Mari Annu). Qualcosa decisamente non va e confonde lo spettatore prima, mentre il critico  è costretto a rifugiarsi in vicoli senza via di uscita.

La verità finale è che Suzuki ha vinto usando il potere dell’immagine. Raccontando poco e male, questo è certo, ma se il cinema è davvero tale quando è narrazione, allora Suzuki lo annienta dimostrandoci che quel che conta sono giusto quei frammenti di dialoghi che dissemina e disperde ad arte in quello spazio siderale che prova ad impressionare sulla sua pellicola, sempre più simile ad una tela per lui. Per questo il film non sembra nulla di particolarmente cinematografico a meno che «cinematografica» non si voglia definire certa arte visiva. Eppure dovrebbe esser noto che la scelta di un medium non la rende cinema. Questa è una cosa che dovrebbero realizzare i vari artisti o dichiaratisi tali convertiti poi a regista: che un racconto non si genera dal nulla con tutta questa facilità. Però si tratta di un’altra storia visto che quel che ci consegna Suzuki è un grande racconto, per quanto vicino a certi territori. Da queste parti si è al confine tra cinema e installazione, quel limite estremo pieno di fascino del proibito per i registi che rappresenta l’arty. Quindi si perdonino quelli che straparlano di New Wave del cinema giapponese o magari più appropriatamente di Pop Art per una volta. Shishido Joe dichiarava qualche tempo fa ai nostri microfoni che non ne capiva una mazza di questo film, il pubblico allo stesso modo è scusato della sua perplessità, mentre Suzuki solo sa dove volesse arrivare, che di certezza ve ne è una sola: qualsiasi cosa volesse fare, l’ha certamente fatta, senza alcun timore delle conseguenze. E per il cineasta è una gran vittoria sullo spettatore. Ha sconfitto noi tutti che viviamo di cinema, la cui credulità si sospende per immedesimarsi nell’umanità varia incarnata dagli attori. Bisogna accettarlo con buona pace del nostro cuore, senza cercare alcuna spiegazione, per cui gloria eterna al cineasta.

[1] “Tricks” nell’originale e traducibile come trucco o inganno. Tratto dall’intervista: Suzuki Seijun e Tom Mes, “Seijun Suzuki”, MidnightEye.com, 2011.

Alcune immagini promozionali.

CONDIVIDI: