La Leggenda del Calcio d’Acciaio

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Nel 2016 continuano a peggiorare le dinamiche distributive del mercato internazionale. A fronte del sempre maggior numero di possibilità di fruizione fornite da cinema, canali televisivi, pay tv, e canali web è sempre più difficile riuscire a vedere film anche rilevanti al di fuori dei Festival (quando va bene). Sembra quasi che l’aumento di canali e relativo bisogno di materiale per i palinsesti non faccia altro che dare spazio e fornire sempre la stessa identica distribuzione orizzontale agli stessi prodotti. Ogni film americano o serie anglofona riesce bene o male ad avere una distribuzione in contemporanea al paese di origine. Tutto il resto o non arriva o se arriva in ritardo di mesi (vedi Train to Busan o Godzilla Resurgence) quando ormai chi il film voleva vederlo è riuscito a farlo in altri modi. E non parliamo di film di nicchia, di autori ostici o di qualche prodotto low budget per il video. Parliamo del cinema di Wong Kar-wai, di Park Chan-wook, del nuovo Godzilla giapponese, di Johnnie To, di Tsui Hark, di Stephen Chow e decine, centinaia di altri autori e titoli (asiatici o meno).
Una censura culturale senza precedenti. Almeno in Italia. E anche un fruitore volesse affidarsi ad una ovvia (e legittima a questo punto) pirateria, spesso è comunque difficile trovare film o sottotitoli in qualche lingua nota (Nobi di Tsukamoto è ancora invisibile come l’ultimo di Jiang Wen ad esempio). Per questo ci sorprende vedere distribuito in tempo record (2 mesi dopo l’uscita nelle sale cinesi) in un’edizione italiana per l’home video questo La Leggenda del Calcio d’Acciaio (titolo italico che ammicca al più noto L’uomo con i Pugni di Ferro e titolo anglofono Super Bodyguard, alternativo per l’ennesimo film intitolato Bodyguard nello stesso anno in cui è uscito un omonimo di Sammo Hung ben più atteso).
I perché dietro tali dinamiche distributive sono sempre un mistero anche se un film del genere nel nostro paese in parte funziona sempre, basti appiccicare sulla cover l’ennesima etichetta con su scritto “il nuovo Bruce Lee”.
E invece Yue Song, regista, sceneggiatore e attore, è uno di quei personaggi testardi che si mettono al timone di un film trascinandone sulla pelle l’intera partitura, un po’ come Jackie Chan.
Song infatti possiede un’idea delle arti marziali e dell’azione “tradizionale” e sullo stile del cinema di Hong Kong degli anni ’90. Quindi un utilizzo minimo del digitale e un profluvio di cavi e coreografie marziali brutali e profondamente interventiste nel montaggio. Lo fa però sfruttando le nuove tecnologie, e rendendolo vagamente più internazionale nell’apparato visivo anche se più di una volta cade positivamente in un’aura che comunque richiama il cinema già citato.
Sembra così di trovarsi di fronte ad un action urbano di Hong Kong di seconda scelta (una gruppo di cattivi ricorda addirittura i personaggi deformi e caricaturali di Story of Ricky), in cui la storia confusionaria, poco interessante e che avvicenda ovviamente melodramma, commedia, violenza e arti marziali, passa in secondo piano di fronte ad un profluvio di scontri brutali, dolorosi e innegabilmente riusciti.
I colpi sono reali e furiosi e gli stunts visibilmente complessi (basti guardare i titoli di coda dove scorrono video di backstage del protagonista e comparse realmente feriti e soccorsi in seguito ai pericolosi combattimenti, un po’ come già faceva Jackie Chan).
Il “bodyguard” del titolo anglofono interpretato dallo stesso regista è una guardia del corpo speciale, con alle spalle un allenamento durissimo nella Cina rurale,  che possiede una sorta di potere bonus dovuto a degli stivali di metallo che gli donano dei colpi di forza sovrumana (il “Calcio D’acciaio” del titolo italico). La sua nemesi è prima il suo fratello di sangue (interpretato dal talentuoso Xing Yu) e poi Chan Wai-Man in comparsa e perennemente al buio tale da far sembrare la sua presenza sul set il più breve possibile (c’è anche una comparsa lampo e inutile del famoso Collin Chou già visto addirittura in Matrix).
La Leggenda del Calcio d’Acciaio offre un cinema d’azione marziale vecchio stile assolutamente competitivo e nobile, sulla media del genere seppur di ridottissima rilevanza filmica. Gli scontri sono curati e brutali e piacerà sicuramente agli amanti di un cinema iperattivo sullo stile di Ong Bak, The Raid et similia.

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