La Samaritana

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La SamaritanaAllo scopo di racimolare i soldi necessari per poter acquistare i biglietti per un viaggio in Europa, la giovane studentessa Jae-young si prostituisce, mentre la sua inseparabile amica Yeo-jin si occupa della gestione logistico-finanziaria. Un giorno però la polizia entra nell’albergo dove Jae-young è in compagnia di un cliente alla ricerca di casi di prostituzione minorile, e Yeo-jin, disturbata da un inopportuno incontro, non riesce ad avvertirla in tempo utile. Per sfuggire agli agenti la ragazza compirà un tragico gesto che influenzerà il futuro di Yeo-jin.

Priva dell’amicizia di Jae-young e venendo meno anche quel pudico e sottile legame lesbo-erotico tra le due ragazze riscontrabile durante la prima parte, Kim Ki-duk prosegue la vicenda per sottrazioni successive: prima ancora strappa la verginità a Yeo-jin, in secondo luogo elimina il peccato attraverso la ricerca di una forma estrema di redenzione, e infine toglie alla ragazza il supporto del padre, un poliziotto rimasto vedovo che capisce che l’unica speranza per Yeo-jin di riconquistare la sua vita diverrà reale solo nel momento in cui maturerà la consapevolezza di ciò che ha fatto.

Ma la verità sul comportamento della figlia ben presto lo raggiunge, e solo allora comprenderà come la via di fuga che stava cercando di offrirle fosse sbagliata e soprattutto quanto la sua trasformazione in maschera vendicativa e impassibile sia ben più meritevole di essere punita.

Ecco quindi che la visita dei due alla tomba della madre/moglie, assume la valenza di un viaggio intrapreso alla ricerca di quel miracolo che il padre invoca più volte nei suoi discorsi religiosi e di cui nel film è custode. Un evento utile a pulire la coscienza, un’abluzione purificatrice. Acqua simbolo di (ri)nascita che si infiltra nei recessi dell’anima e della storia.

Con questo film, vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2004, il regista coreano torna a descriverci la difficoltà di coltivare l’amore senza prima aver intrapreso un lungo viaggio sulle strade della violenza. Un sentiero dove le illusioni costruite mentalmente dai suoi personaggi, in questo caso quelle del padre di Yeo-jin, si trasformano in un vicolo cieco in cui l’unica possibilità di salvezza consiste nel girarsi indietro e ripercorrere a ritroso il cammino fin lì compiuto, essendo ben consci che il passato sarà probabilmente destinato a sgretolarsi sotto il peso di un presente scomodo dove ogni gesto diventa un sopruso e ogni parola una condanna.

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