Laddaland

Voto dell'autore: 3/5
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C’è uno scarto qualitativo macroscopico rispetto al precedente film del regista, il comunque acclamato Coming Soon, horror funzionale ma penalizzato dalla poca inventiva e dal girare eccessivamente a vuoto più volte. Difetti che colpiscono anche questo Laddaland, sia ben chiaro; tanto vale menzionarne quindi i problemi maggiori; quel continuare ad abusare di trucchi e trovate già note, in maniera sfacciata, come non fosse esistito il quindicennio precedente. Ed ecco quindi gli effetti sonori di Ju-On fare capolino o il classico fantasma capelluto. A ben guardare però questo si palesa solo all’interno di una falsa pista mentre nelle altre apparizioni gli spettri sono vagamente più espliciti e sfigurati del solito. Ci troviamo quindi all’interno di un apparente classico film di fantasmi giapponesi, girato in thailandia ma con una resa “emotiva” quasi da film sudcoreano. Laddaland è un complesso residenziale moderno e ideale, composto da lussuose villette con tanto di custode all’ingresso del quartiere. Sembra quasi un Nero Bifamiliare con i fantasmi e ben girato. Una famiglia in crisi compra una di queste case e presto una sorta di maledizione inizia a susseguire lutti, apparizioni e morti nell’intero quartiere come un virus. Fortunatamente l’attenzione principale del film è focalizzata nella prima parte della precedente frase ovvero “una famiglia”. La parte melodrammatica infatti la fa da padrona; crisi del nucleo famigliare, figlia adolescente con capricci da “autonomia”, moglie con un passato fedifrago (?), possessività della suocera, educazione dei figli e rapporto matrimoniale (evocato dai vicini di casa). Come secondo macigno di conflitti da risolvere lo sceneggiatore opta per attaccarsi ad un argomento apparentemente ignorato dal cinema occidentale ma che è stato ben sfruttato in Asia in più film degli ultimi anni da Overheard II a Life without Principle; la crisi economica, e le relative conseguenze, dalle truffe finanziarie, ai mutui da pagare, alla perdita del lavoro, ai colloqui sfiancanti, ai limiti di età lavorativa. Non si scorda però di stare giostrando un horror e quindi abbonda di sequenze di paura, efficaci e funzionali, dirette con ottima mano ispirata e spalleggiato da almeno un paio di attori capaci, il bravo Kong Saharat Sangkapreecha nel ruolo del padre protagonista che ricorda di viso un giovane Chow Yun-fat e la giovane Suthatta Udomsilp nel ruolo della figlia ribelle. Il senso di tutto il film è già nel poster che mostra la famiglia felice e il fantasma seduto nell’ingresso del quartiere pronto a minare il locus amoenus. Inoltre il film è più fine del solito in quanto a narrazione, racconta per sussurri e indizi (tutta la presenza insistita dell’altalena svelata con tatto nel finale) regala un post finale tanto dolce quanto duro e prende dal grande cinema soluzioni d’autore e le trasporta secondo bisogna dentro questo puro genere (tutto il finale in cui per la prima e unica volta vediamo l’integrità famigliare sembra provenire da Il Silenzio sul Mare di Kitano). Un buon film quindi, un passo avanti per il regista ma al contempo un parziale spreco di risorse nel ri(n)correre ancora a giochi di cui ormai lo spettatore dovrebbe essere sazio.

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