Late Autumn

Voto dell'autore: 4/5
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LateAutumnLate Autumn ha tutte le premesse per presentarsi come un film particolare. E’ il quarto tentativo di remake di un film in bianco e nero degli anni Sessanta andato perduto ma che ancora viene ricordato come una sorta di pietra miliare della cinematografia coreana (da qui probabilmente la continua ricerca di riportarlo in vita dagli anni ’70 al 2010).
Kim Tae-yong cambia le carte in tavola spostando l’azione negli Stati Uniti, a Seattle, e coinvolgendo due personalità molto note nel panorama pan-asiatico: Tang Wei (tristemente nota per esser stata “bandita” dalla Cina continentale dopo la sua performance in Lust, Caution) nei panni di Anna e Hyun Bin (cantante e attore coreano) che interpreta un gigolo di nome Hoon.

Anna sta scontando in carcere una pena a nove anni per aver ucciso il marito quando gli viene concesso di uscire per 72 ore e assistere al funerale della madre. Sull’autobus che la porterà da Fresno a Seattle sale in tutta fretta anche Hoon che sta evidentemente scappando da qualcosa. Hoon non ha abbastanza soldi per pagarsi il biglietto e sfoderando il suo miglior charme chiede ad Anna, inizialmente sperando che sia una sua connazionale, trenta dollari. Anna rimane totalmente impassibile ai sorrisi del ragazzo ma finisce per allungargli le banconote. Hoon vuole a tutti i costi che lei prenda il suo orologio come garanzia fino a quando non le restituirà i soldi. Arrivati a Seattle le loro strade sembrerebbero destinate a separarsi, ma dopo una breve visita ai familiari che non le dimostrano nessun tipo di affetto o la benché minima attenzione, Anna torna alla fermata dell’autobus dove trova ancora Hoon. I due dialogano con gesti e con sguardi molto più di quanto riescano a esprimere in un inglese che, almeno per quanto riguarda Hoon, e’ alquanto stentato. Insieme decidono di passare le poche ore che hanno a disposizione andando in giro per la città e godersi quella fine d’autunno dal sapore agro-dolce.

Molto probabilmente sono proprio questi gli elementi meglio riusciti del film, le composizioni all’interno delle inquadrature e la ricercatezza dei colori: sotto un cielo sempre plumbeo che sembra doversi scatenare da un momento all’altro vengono esaltati il giallo, il verde e il marrone.
I due protagonisti, entrambi degli emarginati dalla societa’, si portano dietro una solitudine dolorosa, che non sono sicuri di potere rompere nemmeno l’una per l’altro. Hoon chiede in ogni modo ad Anna di renderlo partecipe delle sue sofferenze e lei decide di raccontargli in cinese la sua storia; lui ascolta attentamente, ovviamente senza capire niente, intercalando le sole due parole di mandarino che conosce “hao/huai” (bene/male) a seconda di come si immagina stia procedendo il racconto.
Il film nella prima parte si trova spesso a galleggiare in un’atmosfera tra tristezza e ironia mentre nella seconda sale il crescendo di sentimenti che avvolge i due protagonisti fino a una esplosione finale durante il pranzo dopo il funerale della madre di Anna.
Kim Tae-yong sa perfettamente come gestire quest’opera ambiziosa che sconta i suoi difetti perché girata evidentemente con una spinta emozionale che si regge durante l’intera durata del film.

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