League of Gods

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Tratto dal classico Fengshen Yanyi di Xu Zhonglin, volume di 100 capitoli pubblicato intorno al 1550, Leagues of Gods è un nuovo, ennesimo colossal fantasy di origine letteraria prodotto da Hong Kong/Cina. Il testo di partenza è molto popolare e già trasposto nel manhua (fumetto cinese) Legend of Emperors, in manga (Hoshin Engi), in serie TV (Gods of Honour ad Hong Kong e due stagioni di The Legend and the Hero in Cina), in videogioco (il giapponese Warriors Orochi) ed ora in colossal ipereffettato con cast stellare.
Probabilmente siamo ancora un passo in avanti rispetto a quella che ad oggi era la vetta del cinema votato all’effettistica locale, The Monkey King 2. Un film quasi interamente girato su blue screen e in cui scenografie, oggetti e spesso anche personaggi sono realizzati in computer grafica. E’ l’ennesima prova di forza del cinema ricco e dell’effettistica cinese, un cinema monumentale che sfida frontalmente il suo corrispettivo statunitense giocando con le stesse carte e praticamente sullo stesso terreno. E di solito con gli stessi risultati. Discutibili. Perché il grandeur di un film del genere in nulla differisce rispetto ad un cinecomics di Hollywood tanto che potrebbe tranquillamente essere distribuito nelle nostre sale con un’adeguata promozione e magari ottenere un discreto successo bloccato solo dall’ipotetico approccio ancora “involontariamente” razzista del pubblico occidentale. Perché qualitativamente e contenutisticamente siamo esattamente lì.
Un film vuoto e inoffensivo votato al meraviglioso e continuo florilegio di scene madre e evocazione dell’eccesso spettacolare. Tutto è ricco, accecante, esaltante, esplosivo, patinato. Tutti gli attori sono famosi (Jet Li, Tony Leung Ka-Fai, Angelababy, Louis Koo, Fan Bing-Bing…) e di sicura attrazione, l’impianto visivo è oggettivamente straordinario e a tratti sorprendente anche più della diretta concorrenza d’oltreoceano.
Peccato che, censura o non censura, sia un film che vive di più anime, votato (ovviamente) ad un pubblico di massa e quindi totalmente inoffensivo e con meno perturbante che ne Il Regno di Wuba con il quale condivide una seconda parte più puerile e solare.
Detto questo va però notato come oltre a Il Regno di Wuba, più volte si respiri aria di Zu e di Tsui Hark.
L’ingresso di Jet Li evoca il corrispettivo di Sammo Hung nel film citato, gli eroi scappano sul dorso di una gru come in Magic Crane e il design di alcune armi non può non suggerire il corrispettivo di Legend of Zu. Alla regia infatti troviamo l’esordiente Vernie Yeung Lung-Ching ma anche Koan Hui On, stretto collaboratore di Tsui Hark appunto, che ha lavorato come effettista a tre e come assistente alla regia a tredici film del maestro. Il suo lavoro è meno impersonale del previsto e a tratti riesce a regalare sequenze ottime e particolarmente ispirate, dal senso visivo straordinariamente riuscito.
In fin dei conti ci troviamo di fronte ad un aggiornamento di un classico fantasy di Hong Kong degli anni ’90, né più né meno, identico. Solo che tutto quello che era la grande “arma” del cinema locale per evocare il meraviglioso, unica e irraggiungibile, è stata sostituita a piè pari dagli effetti digitali.
Wirework, trampolini, luci di taglio colorate, fumo, cavi, atleti, effetti ottici. Tutto quello che era reale e che era possibile e di unica competenza locale è stato sostituito da un processo proprio di altre super potenze cinematografiche di fronte alle quali ancora il cinema cinese non può confrontarsi ad armi del tutto pari.
Gli effetti sono discontinui, a tratti utilizzati fortunatamente con piglio antinaturalista e cartoonistico (Louis Koo cavalca una stupenda pantera identica a Pantor, quella di Skeletor dei Masters of the Universe) e siamo sicuri che un film del genere potendo godere del grande schermo e subìto in 3D possa davvero sconquassare gli organi interni dello spettatore. Ma è quanto di più distante dall’idea di cinema più auspicabile e qualitativamente rilevante. Come oggetto di puro intrattenimento ludico, specie abbinato al 3D potrà comunque sicuramente avere un nutrito stuolo di ammiratori e pubblico. Oggettivamente è un passo, un esperimento, un tassello, l’ennesimo di un percorso del cinema cinese. Che non riusciamo ad immaginare sinceramente fino a dove riuscirà a spingersi puntando al rialzo in una maniera così esponenziale e sfacciatamente dirompente.
Gli incassi sono stati abbondanti, hanno superato il budget investito (di circa 35 milioni di euro) ma non in maniera particolarmente esaltante.

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