Legend of the Dragon

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Legend Of The DragonDi nuovo sotto l’egida della Magnum di Danny Lee (che stavolta cura anche la regia), Legend of the Dragon è probabilmente, tra i film di inizio carriera di Stephen Chow, uno dei più interessanti. Finalmente l’attore si appropria di una linea ormai ben definita di comicità, quella comicità che lo renderà il più incensato comico di Hong Kong. Al contempo ha la possibilità di integrare nel film un’altra delle proprie passioni, la arti marziali e il continuo omaggio alla carriera di Bruce Lee. In questo senso il film diventa fondamentale all’interno di un’ideale genealogia che porterà al suo capolavoro, Kung Fu Hustle. Dentro Legend of the Dragon infatti ci sono già in nuce numerosi elementi dell’immaginario costruito nel tempo e che raggiungerà il climax nel boom del suo film del 2004, a partire dagli attori (sè stesso, Yuen Wah e Chiu Chi ling in cameo), alla messa in scena di una spettacolarità pomposa e di un’ironia nonsense e epica ben definita, oltre alle musiche di cui ben due pezzi classici verranno riproposti in Kung Fu Hustle.

Altro motivo di interesse è la location che fa da protagonista al film, un’inedita isola di Lantau raccontata con amore e spontaneità che da sola vale 10 volte gli sguardi razzisti e giudicanti de Il Mondo di Suzie Wong. Hong Kong riesce sempre a raccontare sapientemente i pezzi del proprio ambiente, dalla Mongkok di One Nite in Mongkok, al Wanchai di Crazy N’ the City. In questo film, fin dai titoli di testa assistiamo ad un documento storico incredibile, riprese aeree dell’isola mostrano la costruzione della gigantesca statua in bronzo del Buddah al monastero di Po Lin, per poi svolgere il resto della narrazione nel villaggio dei pescatori di Tai O (prima dell’incendio che ha distrutto tutte le vecchie palafitte in legno) con continui riferimenti ai successivi attacchi architettonici che cambieranno la planimetria dell’isola, primo tra tutti la costruzione del nuovo aereoporto di Chep Lap Kok nel 1998.
Date queste premesse il film racconta la vita della comunità residente a Tai O; Chow Fei-hung interpretato da Yuen Wah (Dragons Forever, 1988) è il capo della zona, esperto di arti marziali e controfigura di Bruce Lee. Suo figlio Chow Siu Lung (Stephen Chow) diligente allievo e abile nel “pole fighter” e ancor più nel biliardo non è mai uscito dal villaggio e sogna di andare ad Hong Kong. Di lui è innamorata Mo Mo, interpretata da Teresa Mo (Hard Boiled, 1992), anche lei allieva di Chow Fei-hung. L’arrivo dello zio Yan, interpretato da Leung Ka Yan (Warriors Two, 1978) crea il conflitto interno al film. Yan andato ad Hong Kong anni prima è diventato un criminale di basso livello sempre in cerca di denaro. Porta Chow Siu Lung in città e con l’imbroglio lo convince a giocare a biliardo per vincere d’azzardo somme elevate di denaro. Nel climax del film tramite un losco imbroglio lo costringerà a cedere la terra di Lantau ad un gruppo di loschi figuri capitanati dalla ciurma di cattivi già vista in The Unmatchable Match (Shing Fui-on e Ricky Yi Faan Wai) facendolo perdere al gioco contro un vero campione d’eccezione, Jimmy White.
Oltre a tutti i nomi noti già elencati vanno menzionati anche alcuni simpatici cameo, la prorompente Amy Yip (Robotrix, Sex & Zen) che come al solito recita solo con i propri strabordanti seni, Corey Yuen (anche coreografo del film insieme ad Yuen Wah) e Chu Chi Ling.
Altro dettaglio da notare è come Parkman Wong, regista di altri film di inizio carriera di Chow come Final Justice e The Unmatchable Match sia qui produttore associato e la co-regia sia di Lee Lik Chi che in futuro dirigerà alcuni dei film più celebrati dell’attore, come From Beijing with Love e God of Cookery. Nonostante questa co-regia, è più che legittimo il dubbio e il sospetto di una partecipazione del comico assai attiva nella direzione del film vista l’estrema coerenza con i caratteri più rappresentativi della propria carriera futura.
Come molti film da capodanno cinese anche qui prima dei titoli di coda gli attori del film augurano agli spettatori fortuna e prosperità, parlando direttamente in macchina.
Un film assolutamente da recuperare, uno dei pochi dell’inizio della carriera di Stephen Chow che vale davvero la pena vedere.

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