Legend of the Sacred Stone

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Legend of the Sacred StoneSi son visti wuxia di tutti i tipi: seri, comici, drammatici, crudeli, fiabeschi, in animazione…ma un wuxia fatto con le marionette mancava. Ed ecco quindi Legend of the Sacred Stone, opera cinematografica del grande maestro marionettista taiwanese Chris Huang, che con i suoi pupazzi e l’aiuto della computer grafica è riuscito a mettere in scena un vero e proprio capolavoro cinematografico.

I demoni imperversano sul Wulin, il territorio nel quale si ambienta la storia e nemmeno sei coraggiosissimi guerrieri riescono a sconfiggerli. L’unico che potrebbe farcela vista la sua “Arte Imperiale della Spada”, il Sommo Hong-Chen non vuole collaborare perché per il suo spirito è più importante la musica della lotta. Quindi i due fratelli Huan-Jen e Chang Yang-Zi, cercano di recuperare la Sacred Stone o Heaven’s Stone, con la quale, esprimendo l’unico desiderio concesso, si potrebbe salvare la terra dai demoni. Però il Grande Protettore, sfigurato dal fuoco dopo un attacco dei demoni, vuole a sua volta questa pietra, e manda quindi la bellissima figlia Ru-Bing a cercarla per lui. Solo l’amore mai espresso tra Ru-Bing e il Sommo Hong-Chen, smuove quest’ultimo ad agire, ma lui come tutti sarà travolto da un turbine di lotte, incomprensioni e tradimenti, dal quale solo alla fine si riuscirà ad uscire.

Legend of the Sacred Stone è quanto di più bello l’arte delle marionette possa esprimere. Infatti non si tratta di un mirabolante cinema stop-motion come ci hanno abituato i grandi maestri dell’Est Europa, bensì di un cinema in presa diretta dove però gli attori sono guidati da fili e bastoni che, nascosti o rimossi, in visione non si percepiscono. La bellezza delle vesti e delle scenografie si fonde con una storia molto appassionante, chiaramente legata al wuxia tradizionale, ma con dei richiami molto forti (soprattutto per la presenza di demoni poco orientali, gli “Inamichevoli”) al fantasy occidentale. È quindi una visione piacevolissima sia per la narrazione che per lo sviluppo tecnico che spesso e volentieri ha dell’incredibile. Punto a sfavore è, bisogna ammetterlo, un uso eccessivo della computer grafica, che se per i colpi segreti, le magie a alcuni altri “trucchi” è necessaria, quando è usata a scopo scenografico diventa eccessivamente fredda e “finta” rispetto al resto, tutto interamente ricostruito in scala reale. I pupazzi, ad occhio e croce della grandezza di una cinquantina di centimetri, si muovono infatti in interni ed esterni di pregevole fattura e la flora reale nella quale sono immersi, appare incredibilmente verosimile anche quando i ciuffi di erbe selvatiche diventano alberi e le canne di bambù appaiono come una foresta d’alberi di immense dimensioni. Nella visione ci ha lasciato piacevolmente sorpresa soprattutto l’uso della regia in funzione dei protagonisti. Infatti ci aspettavamo un tipo di ripresa molto più “teatrale”. Invece in ogni momento l’angolo di inquadratura riesce ad enfatizzare quei sentimenti che le “povere” marionette non possono esprimere con il loro viso, diventando quindi punto di riferimento per l’immedesimazione dello spettatore. Con produzioni del genere, infatti, la cosa che di solito tende ad essere negativa è il fatto che, data “l’inumanità” dei protagonisti, uno spettatore esterno sia portato a guardarlo per curiosità più che per “vedere un bel film”. Nonostante siamo grandi amanti dell’animazione stop motion, nei primi minuti di film (oltretutto coincidenti con una lotta caotica) ci siamo trovati un po’ a disagio nel vedere i movimenti tipicamente “marionetteschi” degli attori. Però una volta abbandonati alla trama, e alla bellezza del tutto, soprattutto dei combattimenti quasi impossibili da seguire a causa della velocità e realismo in cui vengono presentati, davanti allo spettatore non ci sono più bambole, bensì persone reali. Ed è per questo che li definiamo a loro volta attori.  In ogni caso è un film consigliato. Belle anche le musiche a parte una zona in cui mutano in sonorità più elettroniche piuttosto che tradizionali.

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