Lesson of the Evil

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,92/5: 12 voti]

Lesson of the evil La materia filmica di Miike Takashi è densa, magmatica e stratificata, si eleva fino al parossismo estremo di una violenza visiva deflagrante e il suo linguaggio cinematografico non può essere approcciato senza un minimo di preparazione, rischiando, altrimenti, di venire travolti dall’irruenza delle immagini. Il cinema di Miike Takashi non può essere incanalato in un determinato genere e non è mai uguale a sé stesso, ogni film è pura anarchia, libertà che crea dipendenza in chi lo ama. Fortunatamente il cineasta giapponese è tra i più prolifici nella scena contemporanea, e regala infinite visioni taglienti al suo folto e famelico pubblico, sfornando diversi film l’anno, ben tre in questo 2012 e più di una settantina in tutta la sua carriera. Si tratta di opere sovente caratterizzate da un’audacia stilistica sperimentale e da una ricchezza teorica, qualità che emergono immediatamente nel quadrilatero miikiano fondamentale per chi si approccia al suo cinema: Gozu, Izo, Visitor Q e Ichi the Killer. La libertà etica e morale caratterizza i film dell’autore nipponico, il suo cinema è educativo perché insegna a scardinare i vecchi topoi, i luoghi comuni e le istituzioni, fornendo letture eretiche e personali sui temi più diversi, dalla famiglia, ai rapporti di coppia o alle dinamiche della criminalità, sempre con un’energia prorompente che uccide, ma al tempo stesso dona nuova vita ed un lampo di rinascita alla materia toccata. Basti pensare a Gozu, un film dalle forti componenti omosessuali, che tra le sue visioni surreali di una realtà popolata da curiosi personaggi e demoni, in cui la razionalità cede il passo ai sensi ed alle emozioni, teorizza la “nascita” di un rapporto a tre e di un nuovo equilibrio tra i sessi.
Miike Takashi ed il suo cinema sono sbarcati a Roma, in occasione del Festival del Cinema, nella sua nuova veste creata e disegnata su misura da Marco Muller, presentando in concorso ed in anteprima mondiale il film Aku no kyoten (in italiano Il Canone del Male), una vera e propria lezione di malvagità, che il pubblico romano ha dimostrato di apprezzare, riservando al suo autore applausi durante la proiezione e standing ovation in chiusura.
Partendo dall’omonimo romanzo di Yusuke Kishi, l’autore è tornato ad immergersi nel mondo scolastico, dopo Ai to Makoto (For Love’s Sake), presentato fuori concorso a Cannes 2012.

Il protagonista è il professor Seiji Hasumi (Hideaki Ito). Affabile, cordiale, carismatico ed amato dagli studenti e dai colleghi, ma non tutto è come appare; Hasumi è in realtà un Giano bifronte dalla personalità complessa, la cui anima è tinta di nero e le mani sporche di sangue. Il suo status interiore è ben rappresentato dalla casa in cui vive, una catapecchia fatiscente, priva di comfort, spoglia, triste e marcia come chi la abita. Proprio in questa bettola Hasumi si mostra realmente per ciò che è, si muove nudo, silenzioso, privo delle sovrastrutture sociali a cui deve quotidianamente sottostare come professore, e qui i suoi deliri trovano liberamente sfogo. In questa dimensione parallela, avvolta dalle nebbie e dalla pioggia, il suo spirito è avviluppato da un’atmosfera plumbea e nella sua lucida follia dialoga con Huginn e Muninn, rispettivamente il pensiero e la memoria, i due corvi appartenenti alla mitologia norrena che portavano informazioni al loro padrone, Odino. Spietato, crudele e feroce, il film tocca vertici di efferatezza altissimi, ma la brutalità appartiene alla fusis del suo dispensatore, che non prova alcun compiacimento nell’uso della violenza, e che si limita a dare concretamente voce alla sua anima malata.

La natura di Hasumi è quella di un predatore, è uno squalo e non si risparmia, “mostra i denti il pescecane/ e si vede che li ha/ Mackie Messer ha un coltello/ ma vedere non lo fa”, come nel “Die Moritat von Mackie Messer”, tratto dall’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, motivo trainante di tutto il film; nella prima parte del film, quando il professore reprime e tiene a freno la sua vera natura, il brano viene proposto nella più intimista versione originale, bigia e funerea, mentre successivamente ritorna nella versione americana, “Mack the Knife”, un impetuoso e vivace swing, che celebra la conquistata libertà del suo ego criminale.
Quest’ultima fatica miikiana è una ballata mortifera e nichilista che affonda la sua lama colpendo la società moderna nei suoi organi più delicati; la scuola è vista come un organismo in lento decadimento, come aveva fatto Kinji Fukasaku, nel suo Battle Royale, con la differenza che nell’opera di Miike la strage è una dura metafora del collasso dell’autorità, che lascia ampi spazi alle “lezioni del male”, e non l’ipostatizzazione di una società ipercompetitiva che tende all’autodistruzione.
Il cinema di Miike ha abituato il suo pubblico all’esasperazione della violenza ma la sua messa in scena granguignolesca è sempre pervasa da una poderosa vena di ironia e di humor macabro, come nel fondamentale Ichi the killer, opera sadica e truculenta eppure ricca di dettagli che strappavano sorrisi. Allo stesso modo, in Lesson of the Evil, lo spettatore ritrova i tipici guizzi miikiani di feroce umorismo, con i quali riesce a sdrammatizzare la brutalità delle scene, letteralmente grondanti sangue, e perfino ad edulcorare la malvagità, eticamente insostenibile, dei suoi interpreti.
La struttura del film, in continuo divenire, è anch’essa caratteristica delle opere migliori di Miike; come in Audition, Il canone del male attraversa i generi e come una crisalide muta la sua forma, passando dai toni pacati della commedia, a quelli più impegnati della critica sociale verso l’istituzione scolastica, fino alle tinte fosche e torbide dello slasher movie. La fotografia accompagna lo spettatore in questa mutazione; quasi sempre algida e distaccata, abbondando nei grigi e nei gelidi azzurri, giunge, nella seconda parte del film, ad un’esplosione ardente di rossi ematici.
Aku no kyoten arriva dritto al cuore dello spettatore innamorato della cinematografia e del linguaggio di Miike Takashi, del suo stile innovativo e libero, del suo umorismo bizzarro e sconveniente, ma allo stesso tempo sarà un insopportabile pugno nello stomaco per i non avvezzi a questo cinema; rimane comunque un’opera che di certo non si fa dimenticare, un “magnificat” estremo di crudeltà, per dirla alla Hasumi.

 

 

CONDIVIDI: