Let the Bullets Fly

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Chi dice che si debba per forza inchinarsi davanti a qualcuno per fare soldi? Io voglio far soldi tenendo la schiena ben dritta. (il bandito Zhang il Butterato, protagonista di Let the Bullets Fly)

 

Un treno rosso, trainato da cavalli bianchi, sbuffa il suo pennacchio bianco sulle rotaie del Sichuan, nella Cina centrale; la sonata di tromba musicata da Hisaishi Joe che già concludeva The Sun Also Rises tende un filo rosso tra questo film e il precedente di Jiang Wen e accompagna il viaggio di uno strano terzetto, composto dal futuro governatore Ma Bangde (Ge You), dalla moglie (Carina Lau) e dal suo consigliere Tang, verso la città di Goose dove lo stesso Ma dovrà prendere posto. Il treno viene assaltato dalla banda di Zhang il Butterato (Jiang Wen), ma l’unico bottino che ne ricava sono il governatore e la sua signora. Così, Zhang, istigato dallo scaltro e mellifluo Ma Bande, pensa che l’unico modo per cavare qualcosa dalla situazione sia procedere alla volta della città di Goose e fingersi il nuovo governatore, così da cavarne qualche soldo. Appena lo strampalato tandem Zhang-Ma si insedia al posto di comando, ci vuol poco a capire che il generoso bandito ha una idea tutta sua di far soldi vestendo i panni del politico, e che non è affatto quella solita per i politici della turbolenta Cina degli anni ’20 in cui la storia è ambientata, e cioè tassare i poveri e far comunella coi ricchi, ma proprio l’inverso.

Nella città di Goose, tuttavia, a fare il bello e il cattivo tempo non sono certo né il finto né il vero Ma, bensì Huang (Chow Yun Fat), signorotto locale che deve la sua fortuna ai traffici d’oppio e di esseri umani, e che chiaramente malsopporta le tendenze sovversive del nuovo governatore. Due galli in un pollaio sono sempre troppi, e figuriamoci quando i galli diventano tre, e nella contrapposizione tra Zhang-Ma e Huang si inserisce il vero Ma, liquido e lieve come l’acqua ma come questa insistente e paziente, allora il tempo dei fuochi d’artificio è a portata di attesa…

Se l’incipit di Let the Bullets Fly, liberamente tratto da un racconto di Ma Shitou; è una ripresa del segmento conclusivo di The Sun Also Rises e delle sue atmosfere ai limiti tra realtà e sogno, lo sviluppo di questo quarto film di Jiang Wen è quello di una stravagante commedia intrecciata di schermaglie verbali e balistiche che coinvolgono i tre protagonisti e gli altri personaggi, personaggi tutti rigorosamente lager than life e dotati di una certa qual faccia di bronzo che guastare non guasta; il respiro è quello di un film che – per usare le parole di Jiang stesso – è stato pensato dal suo regista per diventare il veicolo mediatico che porta a segno lo spirito che aveva animato il suo precedente, condannato all’insuccesso di pubblico, di un film incentrato sui rapporti di amicizia, lealtà, rispetto e rivalità che sembrano appartenere quasi alla poetica di un John Woo d’annata, di un film colmo di allegorie sociali e politiche che porgono la guancia a interpretazioni diverse che non nascondono una strana tendenza all’anarchia e all’individualismo che fa strano vedere in un film comunque autorizzato dalla censura cinese e che in patria è diventato in poche settimane, a cavallo tra il 2010 e il 2011, il film cinese più visto di tutti i tempi, sopravanzando il molto più irreggimentato e prevedibile Aftershock di Feng Xiaogang (amico di Jiang Wen e coinvolto in un cammeo al principio di Let the Bullets Fly).

Un gran calderone gonfio e ribollente, di caratteri, generi e situazioni, tra western, commedia nera, rivoluzione, violenza, arti marziali, sensualità e omaggi cinematografici dentro e fuori il cinema cinese (dal già citato John Woo a Quentin Tarantino, ammiratore dichiarato del lavoro di Jiang), che nelle mani di un altro regista avrebbe quasi sicuramente finito per debordare e sbrodolare sulla tovaglia buona della domenica, ma che Jiang Wen riesce a tenere sotto controllo con quel suo modo sghembo e studiatissimo di montare e raccontare, stavolta capace di funzionare a diversi livelli come il miglior cinema popolare è da sempre richiesto di fare.

Ulteriori punti di forza di un film destinato al successo sono i dialoghi tesi, serrati e cinesissimi in modo sublime, capaci di esprimere la gioia del gioco di parole e di specchi, dell’ambiguità in punta di lingua e di sorriso, di quel pronunciare una parola intendendone un’altra, nei quali resiste il retaggio serpeggiante di una cultura millenaria che Rivoluzioni e Post-rivoluzioni non hanno sradicato, e le interpretazioni praticamente perfette di tutti i protagonisti, con in testa il trio di mattatori composto da Jiang Wen, Chow Yun Fat e You Ge.

Non che Let the Bullets Fly non mostri difetti e aspetti perfettibili, intendiamoci, e primi tra altri si vanno a citare la computer grafica non all’altezza e alcune farragini nello scivolare della narrazione, ma ritmo e sostanza del film li fanno passare ampiamente in secondo piano, e la voglia di godersi scena dopo scena della travolgente cavalcata che Let the Bullets Fly sa essere prevale su tutto. E il fatto che, tirate le somme, non si tratti nemmeno di uno dei tre migliori film di Jiang Wen, la dice tutta sul livello del lavoro del suo artefice.

 

Poster:

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