Lethal Ninja

Voto dell'autore: 3/5
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Lethal NinjaUn film sfortunato e travagliato questo Lethal Ninja. Accreditato 2004, esce nelle sale di Hong Kong ben due anni dopo, a maggio 2006, lo stesso giorno di Shinobi, blockbuster a tema simile, ma con contenuto ad alto lusso esponenziale, Z Gundam II, Silent Hill e Half  Twin. Una rovina. Tant’è che passeranno non pochi mesi e si arriverà al 2007 per vederlo finalmente distribuito in DVD dopo che nel frattempo aveva accumulato sul groppone altri due titoli alternativi farlocchi. Ed è un peccato perché il film non sfigura così tanto nonostante le bassissime aspettative dovute al look “pittoresco” del character design che si affacciava su brochure e poster promozionali. Certo si avverte in tutta la sua potenza un ritardo storico e sociale indiscutibile, specie nell’alto tasso zuccherino che permea diverse scene, mostrando l’essenza da film positivista post emergenza SARS.

Per il resto non si sa mai cosa aspettarsi né da ogni nuovo film di Herman Yau (l’ultima volta l’avevamo visto dirigere il dolce Cocktail) né tantomeno (e soprattutto) da Sam Leong e la sua Same Way; fucina assurda in movimento insieme alla Art Port, in perenne co-produzione con il giapponese Shin Yoneyama, è stata capace di colpire lo spettatore con il pessimo, venefico The House, il pestilenziale Color of Pain dello stesso Sam Leong e tanti altri oggettini piccoli e medi; Esegeta del “carino”, discontinuo oltre il discontinuo, raramente prossimo a vette di qualità artistica sopra la media.
Stavolta vengono resuscitate le figure dei ninja e va subito detto che il tutto sa di più saporito e genuino di tutto l’armamentario in tema post moderno messo in piedi negli ultimi anni dai giapponesi. Certo, il film è poverissimo, a tratti goffo, e con dei picchi assolutamente bassi, ma al contempo questa versione inedita ed urbana dei ninja e una rimessa in gioco e reinvenzione della loro mitologia in chiave cinese è decisamente rigenerante. Così a tratti sembra di assumere una versione ninjutsu di Kung Fu Hustle con tanto di villaggetto rurale e bucolico di ninja ritiratisi a vita agreste.

Un uomo che ha appena sintetizzato un vaccino capace di guarire ogni malattia esistente viene decapitato da una setta di ninja e il siero rubato da un magnate (Waise Lee) che vuole spargere virus sulla terra e ricattare il mondo con l’antidoto in questione. Il suo piano è destinato ad infrangersi contro un ostacolo; il siero infatti è custodito all’interno di una scatola impossibile da aprire. Sondando le cellule cerebrali della vittima riesce però a scoprire che un ragazzo di nome Copy è capace di aprire lo scrigno in questione. Sarò così caccia al ragazzo, un alcolizzato musicista fallito che sarà a sua volta difeso da un duo di sensuali ninja femminili.

Vario e ottimo il cast che alterna attori giapponesi e cinesi, inclusi due veterani che sprizzano carisma pur facendo il minimo sindacale (Waise Lee e Eddie Ko), l’incantevole Eva Huang Shengyi (la ragazza muta di Kung Fu Hustle) e Hisako Shirata già vista in un’altra produzione della Same Way, Explosive City.
Numerose le invenzioni, anche di scrittura, mentre Herman Yau cerca di mettercela tutta per aumentare la posta in gioco e saturare i limiti di budget; alternanza di violenza anche rude, melodramma, poesia e nostalgia nelle sequenze del villaggio, ironia fine. Peccato che il budget sia evidentemente basso e ciò va a ripercuotersi su un 3D fuori competizione e una resa visiva non sempre all’altezza.
Le coreografie marziali ad opera di Nicky Li Chung Chi (aficionado di Jackie Chan) si attestano su livelli medio-bassi-neutri che il regista cerca di innalzare con un po’ di energia nella regia, a volte anche con efficacia. Elevato il ricorso al wirework, fortunatamente in modalità meno patinata del solito anche se non con esiti così brillanti.

Un film ambizioso ma decisamente piccolo che però riesce ad essere coinvolgente e a far dimenticare tutti i limiti del budget e tutte le zone meno riuscite del metraggio.

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