Let’s Go!

Voto dell'autore: 4/5
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Lets goNonostante l’innegabile e riconosciuto talento nella messa in scena, nessuno si aspettava un miracolo di tale portata dal nuovo film di Wong Ching-po, anzi, a dirla tutta, nessuno si aspettava nulla, viste le poche notizie che erano state diffuse e che sembravano indirizzare l’attenzione dello spettatore verso quello che appariva come un live action della vecchia serie animata giapponese di Space Emperor God Sigma. Invece il regista stupisce tutti con una particolarissima elaborazione postmoderna che partendo da premesse melodrammatiche tipicamente hongkonghesi si trasforma in un qualcosa di unico e mai visto prima d’ora. Il regista si fa notare in passato con l’ottimo noir Jiang Hu, delude parzialmente con il simile Mob Sister e dopo anni di silenzio lascia un piacevole sapore addosso con un discontinuo ma personalissimo Revenge: A Love Story. Ma mentre nei precedenti titoli la base narrativa verosimile cozzava con la sua vena epica e a tratti surreale, in questo Let’s Go! sembra aver trovato finalmente una chimica giusta che rimbalza il film indietro nel tempo nei momenti storici del cinema locale; sembra quasi di vedere dei corrispettivi di Heroic Trio, Saviour of the Soul e Black Mask di 20 anni fa, senza però la ostentata arroganza retrò che va di moda attualmente nel mondo del cinema, ma con una personalità dietro ineguagliata.

Si esordisce quindi con una gru e una fotografia monocroma seguiti da dei titoli di testa straordinari che regalano uno degli inizi più coinvolgenti dell’anno (che rifanno il verso a quelli della serie animata). Si continua quindi con un melodramma, sorta di coming of age, con un ragazzo vessato e un altro amante della giustizia e vendicatore delle ingiustizie. Dalla nostalgia del passato si vira improvvisamente verso il noir sanguigno e stilizzato alla Johnnie To. Appena il tempo di godere della maestria del regista in quello che è probabilmente il genere a lui più consono ed ecco il film deragliare di nuovo verso la libertà espressiva più totale; da qui in poi, fino alla fine, si snoda un qualcosa di totalmente nuovo e unico in cui “realismo e verosomiglianza” mutano in “finzione e supereroismo” offrendo l’ennesima visione alternativa dei cinecomics (atteggiamento incredibilmente maturo e testato in Asia, da Big Man Japan, all’episodio di Jissoji di Ultraman Max basato sul classico “sogno della farfalla” di Zhuangzi, a East meets West).

Il regista sembra così trovare la sua dimensione più consona, e con questo Lets’ Go! offre il suo progetto più ambizioso e innovativo. Parallelamente una pletora di altri elementi e sottotrame; una delle più stimolanti è rappresentata dalla presenza come attore dello straordinario Jimmy Wang Yu (dopo l’ottima prova in Wu Xia), lo spadaccino monco storico di Chang Cheh e intorno a lui la presenza di una spada spezzata e un braccio tagliato in un finissimo omaggio/citazione di rara originalità. Un pizzico di Stephen Chow nella direzioni degli attori “mandarina” delle parti comiche, il noir alla Johnnie To (le lame di luce e una sequenza vicina al finale di Exiled), un po’ di melò proletario cantonese e una mezz’ora finale di pura e totale libertà poetica, metaforica e nonsense. E God Sigma, si chiederà qualcuno? E’ proprio la serie che veniva guardata dal giovane protagonista (la cui sigla ad Hong Kong era cantata nientemeno che da Leslie Cheung) assieme alla propria famiglia unita, prima che un tragico evento spezzasse l’idillio famigliare. God Sigma, come entità e al contempo come una grossa statua da esposizione diventerà una sorta di simbolo della giustizia e della lotta delle forze del bene, in un sottile e complicato flusso che mescolerà visioni della malattia mentale, realtà, trasfigurazione della stessa e fiction.
Interessante il cast che oltre al veterano già menzionato Jimmy Wang Yu avvicenda il protagonista di Revenge: A Love Story, ovvero il fedele Juno Mak Chun-Lung, un’altra veterana del calibro di Pat Ha Man-Chik, e un pugno di storici caratteristi come Ken Lo Wai-Kwong (Future Cops), Chin Siu-Ho (Mr. Vampire), Tony Ho Wah-Chiu (Bullets over Summer), Kenny Wong Tak-Bun (A Gambler’s Story) e il villain finale interpretato con accesa freddezza da un monolitico Gordon Lam Ka-Tung (Exiled) che genera brividi nello spettatore nel momento in cui il suo personaggio passa da diegetico verosimile a mito stilizzato con relativa mutazione fisica e vocale.
Un film magari poco rigoroso finanche spiazzante ma un’ottima prova sorprendente e una riuscita e ritrovata aria di libertà cinefila propria del cinema di Hong Kong degli anni ’80 e ’90.

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