Let’s Make the Teacher Have a Miscarriage Club

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Lets Make the Teacher Have a Miscarriage ClubChe il digitale sia il nuovo super8 per i giovani cineasti è fuor di dubbio. Parlare di rivoluzione è un po’ eccessivo, quantomeno visti i risvolti che hanno visto il mercato inondato di prodotti superflui con un effetto più dispersivo che convergente verso la sua salute generale. In Giappone però gli ultimi due segnali, almeno quelli che affiorano alla superficie sono incoraggianti. Let’s Make the Teacher Have a Miscarriage Club è il secondo film in digitale, di durata poco superiore all’ora, distribuito da una anomala realtà alternativa alla classica produzione come la Spotted Productions. Come nel caso di Henge, l’altro film in questione che era stato distribuito dal colosso musicale King Records, si caratterizza proprio per un’omogeneità qualitativa dei valori di produzione, per una robusta scrittura che fai dei limiti di budget virtù e per una colonna sonora dalle sonorità abrasive. Non è quindi un caso che siano stati mandati in double bill al New York Asian Film Festival. Là dove però l’altro film pecca, nonostante la buona volontà, è nell’originalità del soggetto. Trattandosi di un derivato della fantascienza estera (Cronenberg) e autoctona (Tsukamoto) si risolve in un gioco di citazioni, divertente quel giusto, ma solo ed esclusivamente perché dura poco.

Questo limite evidente viene brillantemente superato dal soggetto del film di Naito Eisuke. Nonostante sia vicino tematicamente al pluricelebrato Confessions di Nakashima Tetsuya, al contrario di questo si basa vagamente su fatti realmente accaduti con un gruppo di studentesse contrapposte alla loro rigorosa insegnante. L’odio per la professoressa arriva fino al punto di escogitare qualsiasi modo per punirla con un aborto. Questo piccolo indie fortunatamente evita la discutibile via presa dell’altro film. Nulla è patinato da queste parti. A cominciare dal coniglietto neonato lasciato precipitare dalla leader della gang ad inizio film, da cui si capisce subito attorno a quali coordinate ci si muova. Nessun rallenti, nessuna patinatura, nessuna cambio di prospettiva tramite il montaggio, nessuna ricerca puramente estetica. Si pensi alla lunga, estenuante e reiterata scena del volo della bambina nella sequenza dell’omicidio in piscina di Confessions, proposta in più momenti del film e con diverse angolature. Sempre uguale, sempre fine a sé stessa, talmente sovraesposta da anestetizzare lo spettatore. Alcuni amano usare la parola «pornografia» quando devono parlare di qualche avvenimento violento mostrato nella sua interezza dal cineasta, ma vi sono pur sempre diversi tipi di questa «pornografia». Quello di Naito assomiglia molto a quello più noto agli amanti di certo cinema giapponese, con un campo lungo che mette lo spettatore in condizione di guardare la scena da estraneo, inerte alla situazione, così come spesso sono inerti i protagonisti stessi dell’azione nella loro freddezza. Un approccio simile a quello di Kurosawa Kiyoshi che in Kairo usava lo stesso stratagemma per filmare la lenta sequenza di un suicidio, mostrata senza alcuno stacco di montaggio.

Il cast delle ragazze composto per una volta da attrici reali e non dal solito stuolo di idol e tarento, come di norma in questi prodotti di ambientazione scolastica, serve egregiamente la causa. L’unico volto noto è la professoressa interpretata da Miyata Aki e vista in quella scheggia impazzita di cinema che è Sodom the Killer di Takahashi Hiroshi. Proprio allo strambo cinema dello sceneggiatore, fatto di colpi bassi e dialogo diegetico con lo spettatore sembra afferire questa opera prima di Naito Eisuke. La speranza è che mantenga le promesse nei prossimi film. Più alla larga, la speranza è che il digitale sia la nuova valvola di sfogo per gli indipendenti giapponesi sempre più adagiati nella realtà della loro industria cinematografica. Sarebbe una decisa boccata d’aria in un mercato  sempre più stagnante e ripetitivo, stritolato dalle case di produzione.

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