Letters to Ali

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Letters to AliLei, chi è? – Io sono uno straniero
per la polizia, per Dio, per me stesso.

Emil Cioran, Il funesto demiurgo.

Nata a Macao.

Cresciuta ad Hong Kong, dove ha cominciato molto presto ad occuparsi di cinema e di televisione, curando la regia di diversi programmi televisivi e realizzando parecchi film, tra corti e lungometraggi.

Tutto ciò, prima di stabilirsi in Australia nel 1996, e continuare lì la sua attività di cineasta.

Durante il suo periodo di permanenza ad Hong Kong va anche ricordata, parentesi assolutamente non trascurabile, la partenza per l’Inghilterra, dove ha potuto continuare i suoi studi alla National Film and Television School.

Verrebbe da immaginare che Clara Law sia una di quelle persone abituate a sentirsi a casa propria in ogni luogo, e straniere ovunque.

Il suo cinema sembra confermarcelo, un cinema “on the road” che ama esplorare tutte le dimensioni del viaggio, dell’atto di spostarsi, a cominciare dal senso di scoperta, da una salutare appropriazione di immagini esperienze e ricordi, per approdare inevitabilmente a quelle implicazioni negative che pure possono entrare in gioco.

Il tentativo di (ri)conoscersi durante il percorso, in The Goddess of 1967, comportava già per i due protagonisti, il giapponese iper-tecnologico e la ragazza cieca dai capelli rossi, una duplice possibilità: affrontare di slancio le deviazioni imposte dal caso, pronte a tramutarsi in un possibile futuro, ma anche rimanere impigliati nelle maglie di quel passato ingombrante disseminato lungo la via.

Quasi destino che Clara Law dovesse confrontarsi, prima o poi, con la dimensione più oscura e precaria del fenomeno, quella che trova tragiche corrispondenze nell’epoca e soprattutto nell’epica dei migranti, quell’epica straziante della povertà che non sceglie di mettersi in viaggio, ma vi è costretta.

Sono temi difficili e, se pure esiste un cinema della migrazione, non tutti sono in possesso di vedute sufficientemente aperte, di ispirazione, e di strumenti espressivi adatti a realizzarlo, a fissarlo in immagini che rimangano realmente impresse nella memoria.

In occidente vi è riuscito, a mio avviso, Michael Winterbottom, optando prima in Cose di questo mondo per una trasposizione letterale del problema, e affrontandone poi i riverberi nel plot fantascientifico straordinariamente denso di Codice 46.

E ad Est, ecco invece spuntare il sorprendente documentario di Clara Law presentato a Venezia nella sezione dedicata al Cinema Digitale, Letters to Ali: vi si trova conferma di certe propensioni della regista, applicate ad un contesto che già per conto suo lascia molto su cui riflettere.

In quel paese istintivamente simpatico a molti, me compreso, che è l’Australia, terra che sconfina nell’immaginario di ognuno con eserciti di canguri saltellanti, ampi spazi da percorrere lungo strade polverose, monoliti immensi che affiorano dal deserto, vi è evidentemente qualcosa che stona.

Sarà colpa di quel conservatorismo più o meno sotterraneo, ed orientato all’occorrenza verso posizioni chiaramente reazionarie, di cui ogni tanto giunge voce anche dalle nostre parti?

Temiamo proprio di sì!

Ne è una riprova quanto si scopre grazie al documentario di Clara Law su una delle legislazioni più spietate del pianeta in materia di immigrazione: gli immigrati clandestini, in Australia, vengono trattenuti in centri di detenzione collocati in zone remote del paese fino al momento del processo, che può arrivare dopo anni.

La nostra eroina armata di telecamera digitale si è così mossa in soccorso di una storia come tante (anzi, come poche, visto che c’è di mezzo un gesto di solidarietà non poi così comune…), per raccontare appunto la travagliata odissea di una dottoressa di Melbourne che sta cercando in tutti i modi insieme alla sua famiglia di adottare Alì (nome fittizio, il suo, per ragioni di discrezione), un profugo afghano di 16 anni detenuto da tempo nel centro di Port Hedland.

Ma gli ostacoli burocratici che le autorità pongono all’adozione non si esauriscono mai, si tingono di assurdo.

Ne consegue che Clara Law si ritrova ad affrontare un lunghissimo viaggio in auto attraverso il continente australiano (riecco La dea del 1967, ma questa volta al posto della Citroen DS vi è un attrezzato fuoristrada, al posto della fiction vi è il documentario…).

Con lei vi è il marito – operatore Eddie Ling-Ching Fong, ma soprattutto vi è la volenterosa famigliola australiana che, per la seconda volta, affronta 12.000 km di strada per andare a trovare il ragazzo nel luogo sperduto dove è prigioniero.

Oltre alla sensibilità dell’autrice nei confronti di certe problematiche, il film rivela anche il desiderio di esporre le tappe del documentario in forma coraggiosamente soggettiva, come fosse un personale diario di viaggio. Partendo da alcune inquadrature di quella Hong Kong da cui lei stessa è partita un tempo per andare a vivere in Australia, Clara Law indica una vicinanza ideale tra la propria esperienza e quelle, senz’altro più sofferte, dei personaggi che sta raccontando.

Dai grattacieli della metropoli asiatica, appena intravisti, agli spazi immensi e colorati del deserto australiano, ripresi con l’indiscutibile talento visivo di una regista che ne è così chiaramente affascinata.

Come a dire, uno spazio che si contrae e si dilata.

Quasi fosse un respiro.

Le tante vite inscatolate nella grande metropoli, e gli ampi territori disabitati.

In mezzo al nulla, o al tutto, rimane una piccola telecamera digitale puntata sul mondo da una ragazza dai lineamenti orientali che continua a descriverci realtà sommerse da cui scaturisce una certa vergogna, e paesaggi da sogno. Quello che ha poi montato ricorda davvero le pagine di un diario: didascalie che sembrano scriversi da sole sullo schermo, e che riassumono i punti più controversi della storia, intervallano infatti il flusso delle immagini.

L’ultimo pensiero corre ad Alì, la cui complessa situazione al termine delle riprese non si era ancora del tutto risolta.

Chissà se oggi è definitivamente libero di stare con la sua nuova famiglia, o se sta sempre aspettando.

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