Like a Dragon

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,83/5: 6 voti]

like-a-dragonE’ cosa buona e giusta essere un tantino scettici ogniqualvolta ci si trovi davanti ad un film tratto da un videogioco. Inutile girarci attorno: spesso si tratta di prodotti realizzati semplicemente per stuzzicare il palato degli appassionati della controparte videoludica, ovvero una sequenza di immagini che dovrebbero – più o meno – richiamare lo spirito del gioco incollate tra di loro con lo sputo. Sceneggiature esili come una pagliuzza, personaggi tagliati con l’accetta e puzza di operazione commerciale lontano un miglio, ecco a cosa si riducono nella maggior parte dei casi i film di questo tipo. Non è poi così sorprendente che anche Miike, regista che non ha certo paura di avventurarsi in territori inesplorati, si sia cimentato in un prodotto di questo tipo, e precisamente la trasposizione del celebre Yakuza, gioco uscito per Playstation 2 verso la fine del 2006. Già alle prese con quattro cortometraggi animati destinati alla promozione del videogame – che nulla aggiungono e nulla tolgono alla poetica miikiana – ecco che nel 2007 vede la luce il film vero e proprio basato su Yakuza. Il cineasta giapponese non è certo nuovo alle atmosfere tipiche dei film di mafia, visto che sin dai suoi primi lavori per il grande schermo ha dato il suo importantissimo contributo al genere yakuza-eiga, da Fudoh: The New Generation, Shinjuku Triad Society e Dead or Alive fino ad arrivare alla serie di film sceneggiati da Takechi Shigenori, raccogliendo in un certo senso il testimone del maestro Fukasaku Kinji. Ma anche in molti altri suoi lavori sono presenti elementi e personaggi che ruotano attorno all’universo yakuza (si pensi al personaggio di Uije di Bird People In China, ad esempio), segno evidente di come Miike si trovi a suo agio a trattare questo tipo di materiale. E’ quindi con un misto di timore e curiosità che ci si pone davanti a Like a Dragon, anche se il sospetto che sia una mezza marchetta per incassare qualche soldino in più (cosa che del resto Miike ha già fatto, per dedicarsi a progetti a lui più cari) è assai forte. Operazione riuscita quindi? Più no che si, e dispiace dirlo, nonostante l’impronta del regista di Osaka si noti in più frangenti, senza contare la partecipazione – in ruoli marginali – di alcuni dei suoi regular, come Aikawa Sho, Taguchi Tomorowo e Endo Kenichi. Uno dei problemi maggiori del film (difetto comunque riscontrabile in altri lavori del regista) è causato da una sceneggiatura confusa e irrisolta, che va a fallire miseramente nel voler tenere in piedi più storie parallele con l’unico risultato di aumentare la sensazione di caos – e conseguente frustrazione – nella mente di chi guarda. Se l’intenzione è quella di trasmettere una dimensione corale, bisogna anche che i vari personaggi siano caratterizzati in maniera adeguata, visto che non basta continuare a buttare ingredienti nel calderone senza alcun criterio.

Così, attorno alla vicenda principale del protagonista Kazuma Kiryu (il volto scolpito di Kazuki Kitamura, già interprete di alcuni lavori del regista), fuorilegge appena uscito dal carcere e indirizzato verso la via della redenzione, ruotano quelle di Satoru e Yui, una giovane coppia che – ispirata proprio dalle gesta di Kazuma che in un supermercato dà il benservito agli uomini del boss Goro Majima – si improvvisa fuorilegge e comincia a rapinare negozi; o le attività dello stesso Majima, yakuza psicopatico col pallino del baseball che nella forma ricalca fin troppo da vicino personaggi come Shu-Ming Wang (Tomorowo Taguchi) di Shinjuku Triad Society o il celeberrimo Kakihara (Tadanobu Asano) di Ichi The Killer, ma senza possederne la stessa potenza (auto)distruttiva, e men che meno il carisma. Un personaggio che invece, come il protagonista, rappresenta alla perfezione l’outcast miikiano è il silenzioso Yoo Gong, gelido killer proveniente dalla Corea – straniero in terra straniera, quindi – la cui missione è quella di recuperare dei soldi rubati a Majima, senza prima aver inflitto la giusta punizione al colpevole del misfatto. Una smaccata vena ironica, caratteristica del regista, pervade l’intero film ma emerge prepotente nelle parti dedicate ai due ladruncoli da strapazzo, che si ritrovano a dover vigilare sugli ostaggi della banca oggetto della rapina mentre l’impianto di condizionamento è guasto, con conseguenze facilmente intuibili.

Nonostante gli evidenti difetti che vanno ad azzoppare un film come Like A Dragon, è comunque doveroso notare come il regista riesca comunque ad integrare buona parte delle tematiche a lui care in una vicenda che avrebbe potuto risolversi in maniera ben più sbrigativa: la vana ricerca della felicità (Satoru e Yui), l’innocenza tipica della fanciullezza (quando la bambina ferma le armi), l’assenza di radici (lo straniero, l’orfano), l’influenza nefasta del denaro, senza contare i già citati personaggi deviati (si guardi anche l’ultramasochista venditore di armi) che fanno sentire a casa chi ormai è avvezzo alle atmosfere miikiane. Certo che in un film del genere una maggior attenzione dedicata alle scene di combattimento, peraltro distribuite col contagocce, non avrebbe fatto altro che giovare al film; del resto non si può certo affermare che Miike dia il suo meglio nelle scene action, benché in alcuni dei suoi ultimi lungometraggi, come Sukiyaki Western Django o Crows Zero, il risultato sia tutt’altro che disprezzabile. Prescindibile.

CONDIVIDI: